Ozric Tentacles: recensione di Harmonic Mind

Gli Ozric Tentacles di Ed Wynne sfornano con Harmonic Mind il loro diciasettesimo disco in studio, fedeli alla linea da oltre quattro decenni nel percorrere rotte space rock e territori psichedelici. Lontani dalla massa ma pronti a soddisfare lo zoccolo duro degli appassionati.

Ozric Tentacles

Harmonic Mind

(Kscope)

space rock, psichedelia, progressive


Ne ha fatta di strada Ed Wynne, da quei primi anni ’80 in cui coi suoi sodali di allora percorreva in lungo e in largo la Gran Bretagna e vendendo i demo dei suoi, e non solo, Ozric Tentacles.

Quarant’anni e passa dopo, di acqua ne è passata sotto i ponti, non solo musicalmente e Wynne è rimasto il solo della formazione originale, affiancato da Silas Neptune, che comunque è con lui già dal 2009 e da un manipolo di più giovani strumentisti, gli stessi che continuano ad accompagnare un’attività dal vivo ancora decisamente intensa.

Paladini di una formula a cavallo tra space rock e psichedelia, coi forse inevitabili risvolti progressivi del caso, gli Ozric Tentacles sono rimasti sempre più o meno fuori tempo, artefici di sonorità che dopo i fasti degli anni ’70 non sono mai tornate davvero di moda.

Capaci però di crearsi un loro seguito, a partire da quel Pungent Effulgent che segnò il loro esordio discografico, anche in Italia, dove nel corso degli anni ’90 condivisero coi Porcupine Tree i favori degli appassionati del genere, che qui non sono mai mancati.

Harmonic Mind è il diciasettesimo lavoro di una band che sicuramente non ha più nulla da dover dimostrare e, diciamolo sotto voce, anche non più di tanto da dire.

Non che sia poi un male, in fondo: le sonorità spaziali, con una consistenza spesso e volentieri liquida, che restituiscono sovente quasi una sensazione di ‘sgocciolamento sonoro’, sono quelle che hanno sancito il successo della band e sono quelle che ritroviamo anche in queste sei composizioni.

Resta ovviamente il gusto del flusso, dello scorrere dei suoni, dell’alternanza tra ariosità cosmiche e improvvisi cambi di clima, nel segno del continuo dialogo tra la chitarra di Wynne, pronto a galoppare in spazi sconfinati e il lavoro tastieristico di Neptune, volto non tanto al solismo, quanto alla costruzione di climi, atmosfere, consistenze sonore in pezzi che si prendono tutto il tempo necessario, sforando in un paio di episodi anche i nove minuti di durata.

Il resto della band concorre con discrezione: la polistrumentista Saskia Maxwell tra gli altri, concorre col flauto a offrire quella componente di fiati che è sempre stata parte del suono della band, con esiti che mescolano folk britannico e sapori etnici.
Dopo oltre quarant’anni insomma, gli Ozric Tentacles conservano intatta la propria ‘raison d’etre’: riportare sonorità di un passato sempre più lontano, evitando di apparire superati, ma volendo incuriosire nella loro diversità.

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Marcello Berlich
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