GTO: recensione di Boomer

In giro da oltre trent'anni, trascorsi in gran parte lontani dai riflettori, i GTO tornano con Boomer a offrire il loro rock che guarda un po' al di là e un po' al di qua dell'oceano, senza eccessi e con una certa dose di divertimento.

GTO

Boomer

(Music Force)

pop-rock


Un gruppo di (quasi) attempati signori, dediti a un rock dalla vena cantautorale dalle variegate sfaccettature, che dopo decenni, a mollare non ci pensano proprio.

I GTO sono in circolazione da oltre un trentennio, e se non avete mai sentito parlare di loro, è perché alla fine il ‘Successo’ con la ‘S’ maiuscola non arride a tutti.

Non che poi la ‘banda’ (sono in sette), nata in quel di Perugia nei primi anni ’90, non abbia riscosso apprezzamenti, specie agli inizi, culminati nel 1998 con la vittoria ad Arezzo Wave.

Settimo disco di una carriera che li ha visti condividere i palchi, tra gli altri, con Willie DeVille, Gogol Bordello e Modena City Ramblers, Boomer è il ritratto di chi, con una buona dose di autoironia, difende il proprio carattere generazionale di fronte allo scorrere sempre più veloce del tempo e delle mode.

Non è un caso se la title track posta in apertura dei quattordici brani presenti (i nostri non si risparmiano) è un catalogo che va dai Beatles a Fellini, passando per i Mondiali (altra esperienza che rischia di rientrare nel campionario delle ‘cose da vecchi’).

Incipit di un lavoro che scorre tra ricordi di gioventù, le immancabili ballate sentimentali, omaggi a persone e luoghi (Robert Johnson , New York, la Giamaica), storie di un quotidiano ‘di provincia’ che sfiora il mito, col gusto ricorrente del disincanto e della risata.

Figli dei Nomadi, nipoti di Vasco, fratellastri di Ligabue o dei Negrita, i GTO forse hanno avuto il ‘torto’ di non prendersi eccessivamente sul serio, non giocare a fare i ribelli o i combattenti a tutti i costi, di evitare di incasellarsi in un rock ‘all’italiana’, più o meno ‘hard’, col tempo magari sempre più costruito a tavolino.

Hanno scelto una strada complicata, in fondo: fare musica come veniva di volta in volta, guardando alle ‘highways’ senza disdegnare i caraibi, i ‘localetti’ senza escludere le balere; una musica che mette al bando gli assoli preferendo la coralità di un ensemble in cui rientra a più riprese anche la fisarmonica.

Fieri del proprio vissuto ma senza acredine verso le nuove generazioni, capaci anzi di ospitare nei due brani conclusivi due giovani voci femminili, Maria Elisa Bernardini e Angelica Cinquilli: incontri che alla fine sono i capitoli migliori del disco.

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Marcello Berlich
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