Artura: recensione di Ghosting

Ghosting è il quarto lavoro della creatura guidata da Matteo Dainese (alias Il Cane). Si definiscono collettivo kraut pop disco, e l'esito come nei capitoli precedenti è un frullatore di generi che sfocia in un pop sghembo che incuriosisce.

Artura

Ghosting

(New Model Label – Matteite)

kraut, pop, disco, funk, elettronica


Nati in quel di Udine ormai parecchi anni fa, gli Artura sono uno di quei progetti che affollano senza clamore le zone meno illuminate della scena musicale, continuando nella loro proposta più che mai fedeli alla linea.

Kraut pop disco è la definizione che danno della loro formula e questo già può far immaginare che ci si trova di fronte a un disco pop sì, ma di certo non tradizionale.

L’iniziativa continua a essere guidata dalla sezione ritmica formato Matteo Dainese alias il Cane, qui accompagnato dal fedele Tommaso Casasola.

Assieme a loro, in prima linea in una squadra la cui formazione ha sempre avuto una certa variabilità, troviamo Mirko Cisilino coi suoi fiati e DJ Cic con scratch e campioni assortiti.

Un bel contributo lo dà anche un gruppo di ragazze, provenienti dal Gruppo di Educazione alla Cittadinanza dell’Associazione Get Up di Udine, che con le loro voci danno ai brani quel tanto di umore sospeso tra vaga malinconia, riflessione e un filo di scazzo a interpretare testi frammentati, spesso ellittici, come se estrapolati da un flusso di pensieri.

Il titolo del disco riecheggia la modalità evanescente delle relazioni ai tempi dei social, ridotte a microreazioni, spesso prive di un reale interesse.

A monte, il Cavaliere Inesistente di Calvino, corazza vuota alla ricerca insistita del riconoscimento della propria esistenza di fronte agli altri.

Come se in fondo fossimo tutti cavalieri inesistenti che attraverso i profili virtuali cercassimo una via di fuga all’abisso della solitudine o peggio fingessimo un interesse per le relazioni in realtà inesistente, ormai concentrari esclusivamente su noi stessi.

La confusione è grande sotto il cielo, come testimonia la scelta di una babele linguistica che passa dall’italiano allo spagnolo, anche con un inserto in polacco.

Confusione che diventa con-fusione di generi: ci suono suoni sintetici, scratch, cantati vicini alla parola parlata, a tratti è accompagnata da echi che sembrano farli venire da altrove.

Ritmi spesso lenti, compassati, dalla filigrana liesergica, qua e lù atmosfere da jazz club, fiati che esplodono improvvisamente.

Un’identità pop che non si vuole mai perdere, forse per non sfociale in uno sperimentalismo fine a sé stesso ma mantenere il filo del contatto con chi ascolta.

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Marcello Berlich
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