Rossana De Pace: recensione di Diatomee

Diatomee è l'esordio sulla lunga distanza della tarantina Rosanna De Pace: una riflessione su cosa tenere e cosa lasciare giunta alla soglia dei trent'anni, con la Natura compagna di viaggio non più solo silenziosa, ma coinvolta attivamente nella generazione dei suoni del disco.

Rossana De Pace

Diatomee

canzone d’autore, folk, elettronica


Le potenzialità di Rossana De Pace erano già emerse dal suo EP di esordio, pubblicato qualche anno fa. Oggi la cantautrice pugliese conferma, rafforzandole, le prime impressioni.

È un disco importante, Diatomee: il primo sulla lunga distanza, certo; soprattutto, però, perché arriva al compimento dei trent’anni dell’autrice, uno di quei momenti in cui si decide, e spesso si è costretti, a mettere a posto le cose con sé stessi e col proprio passato.

Non appare casuale, allora, che i primi due brani siano un Vorrei che fosse voglio, dove De Pace appare liberarsi dei propri fardelli, come una metaforica tartaruga che si disfa del guscio per poter volare, e Brava bambina, in cui la nostra propone una sorta di personale concezione del ‘fanciullino’ leopardiano, che certo sarà anche poetico preservare, ma del quale a un certo punto è inevitabile liberarsi, se si vuole capire una volta per tutte chi si sia diventati.

La riflessione sulla propria identità si amplia alle relazioni amorose, con la necessità di trovare un ‘modus vivendi’ al di la del facile sentimentalismo e agli affetti famigliari, in Madre Padre che, per il momento unico capitolo accompagnato da un video, sembrerebbe il pezzo in cui la trantina (di Mottola) sia più emotivamente coinvolta.

La chiusura è affidata ad Alternativa, manifesto sulle possibilità, sulla libertà di vedersi in contesti, in situazioni diverse.

E poi, c’è la terra, o meglio: la Terra. Intesa come propria origine, omaggiata in coi miti di Magna Grecia e col ricorso a quelle sonorità mediterranee, popolari, a tratti ancestrali, come nei vocalizzi che aprono il disco (che fanno parte di una gamma di soluzioni interpretative che contribuisce alla varietà e pienezza dell’intero lavoro), che appartengono al DNA dell’autrice e delle quali è impensabile liberarsi, riprendendole anzi, e inserendole in un contesto in cui la marca cantautorale degli undici brani del lotto flirta volentieri con sonorità sintetiche, alternate una più raccolta dimensione acustica, a tratti con accenti pop , ma senza scadere mai nel facile ammiccamento.

La Terra intesa come Natura, non da oggi protagonista del mondo ideale della cantautrice, a cui è lasciata la scena fin dal titolo: le diatomee sono alghe diffuse un po’ su tutto il globo, che danno un contribito fondamentale alla produzione di ossigeno sul pianeta.

Una onnipresenza che De Pace ha voluto in parte ripercorrere, snodando il lavoro su quattro residenze: Lunigiana, Val Pellice, la provincia di Parma, Torino. Natura che oltre a essere omaggiata, è stata inconsapevole (ma poi… chissà?) compagna di viaggio e collaboratrice nel processo creativo.

Rossana De Pace si è avvalsa di una tecnologia che, intercettando le vibrazioni naturali delle piante, le ha tradotte in suoni che sono entrati a far parte concretamente del lavoro, in un esperimento che, probabilmente non isolato a vello globale, in Italia, se non è una prima assoluta, può vantare pochi precedenti.

Diatomee è insomma un disco denso di significati, certo soprattutto personali, ma che guarda anche oltre; il lavoro di un’artista che ha svelato certo la sua fragilità di donna “Apparentemente leggera, profondamente piena di pioggia” (come canta in Bambola) ma che con questo disco ha mostrato tutta la sua solidità di autrice.

 

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Marcello Berlich
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