October: recensione di Dancing Like An Idiot

Esordio dei milanesi October, Dancing Like An Idiot si inserisce nell'eterno ritorno delle sonorità a cavallo tra new wave e post punk, riprese per dare voci e suoni al proprio disorientamento, sentimentale e non solo.

October

Dancing Like An Idiot

(Wddafuzz! Records)

post punk new wave


Non proprio dei ragazzini, gli October, che con Dancing Like An Idiot assemblano un esordio all’insegna del mestiere, forti delle passate esperienze in band come, tra le altre, Grandi Animali Marini ed Egokid.

Nella vita, ci si trova, e nemmeno troppo di rado, a girare a vuoto o, appunto, a danzare come degli scemi nella speranza che magari tra un passo mosso a casaccio e l’altro, si imbrocchi la coreografia giusta e si metta a posto ciò che non funziona, manco a dirlo soprattutto sotto il profilo sentimentale.

E, manco a dirlo, quale miglior baule musicale di quello del post punk e della new wave, degli anni ’80 e successive riprese, a cui attingere per dare corpo sonoro a incertezze esistenziali e pene d’amor perdute assortite?

Così, per parlare della “Fatica di essere felici”, senza scomodare i ‘padri fondatori’, gli October citano nel loro campionario di riferimento i vari Interpol, Editors, Coldplay (quelli degli inizi), fino agli Strokes e, ultimi arrivati, i Fontaines DC.

Nove brani, cantati in inglese, che si snodano tra la dedica iniziale di For Elizabeth e la chiusura di Nocturne, in cui il mood si mantiene sempre sul crepuscolare, con suoni e voci sottilmente riverberate, mentre qua e là si aprono digressioni vagamente psichedeliche, dal sapore quasi cosmico.

Mestiere ce n’è tanto, ed è quello che salva un disco che, con meno perizia, sarebbe potuto risultare abbastanza anonimo, perché poi a dire il vero, tra un decennio e l’altro il genere è nel pieno dei propri quarant’anni ed è già stato percorso più volte in lungo e in largo.

Tuttavia, chi non ha vissuto in pieno la prima generazione e ha mancato anche gli epigoni di inizio millennio, potrà trovare negli October una possibile e più che discreta introduzione al genere, cosa poi non così scontata per una band di casa nostra.

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Marcello Berlich
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