Bruno Mars
The Romantic
(Atlantic Records)
latin pop, r’n’b, soul
Non si direbbe, ma uno dei ‘Re Mida’, probabilmente ‘IL Re Mida’, del pop internazionale, giunge oggi solo al proprio quarto lavoro a suo nome.
O forse è in fondo prevedibile che chi è impegnato a mettere voce, mani e quant’altro in innumerevoli collaborazioni, sfornando sempre o quasi hit da alta classifica, abbia poco tempo.
In ogni caso, il signor Peter Gene Hernandez, alias Bruno Mars, ha aspettato dieci anni o giù di lì per sfornare questo The Romantic.
A dire il vero, dato il tempo trascorso e a prescindere dai gusti, era forse (anzi: senza forse) lecito aspettarsi qualcosa o molto di più.
Non un capolavoro della storia del pop, che giustificasse il paragone com Michael Jackson, a dire il vero finora abbastanza ingeneroso nei confronti del ‘caro estinto’, ma nemmeno un disco che, a stento andando oltre la mezz’ora di durata complessiva, si potrebbe definire un filo ‘stitico’.
O forse è semplicemente il segno dei tempi, e magari il buon Peter / Bruno pensa che nove pezzi tutti insieme siano pure troppi.
Il titolo dice comunque tutto: “Amore, amore, amore, love, love, love” citando Un Sacco Bello.
Ad accompagnare le frequenti pene d’amor perdute del nostro, espresse con tanto di ‘uuuuuuuh’ e ‘aaaaaaaah’ d’ordinanza, un campionario di sonorità che attinge alla quota latinoamerana delle sue radici, cha cha cha incluso, cui si aggiungono soul, r’n’b, funk assortito con accenti orchestrali che arrivano dritti dai ’70, occasionalmente un filo di Santana, con una Something Serious che ricalca, anche eccessivamente, Oyo Como Va, mentre in Nothing Left si avvertono addirittura echi della hendrixiana Hey Joe.
Nulla di più né di meno, insomma, di ciò che potete ritrovarvi sparato a tutto volume in un qualsiasi megastore durante lo shopping del fine settimana.
Ostentata come si conviene la ricerca del bel suono, dell’effetto riempimento, pur se qua e là ci si gioca la carta di un raccoglimento semiacustico.
In finale, non si può certo parlare di un ‘brutto disco’, almeno in senso puramente estetico.
A intuito però è un lavoro che difficilmente potrà soddisfare chi vuole andare oltre i ‘bei suoni’ e i sentimenti a buon mercato.
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