Static Dress: recensione di Injury Episode

Al secondo lavoro sulla lunga distanza, gli inglesi Static Dress in Injury Episode non sembrano aver trovato, o forse non l'hanno nemmeno cercata, una mediazione tra urgenza espressiva e ordinamento delle idee, in un lavoro in cui una vocalità debordante lascia poco spazio al resto.

Static Dress

Injury Episode

(Sumerian Records)

post-hardcore, screamocore


Il disco di esordio, uscito quattro anni fa, aveva posto gli Static Dress come una delle band di punta della ‘sezione inglese’ di certe sonorità a cavallo tra post hardcore, screamocore e ‘quellochevoletevoi’ core che da qualche tempo, con alterne fortune, si è imposto come uno dei filoni principali quando si parla di band capaci di sviluppare elevate moli di fragore sonoro.

Va da sé che il ritorno della band di Leeds destasse se non attesa, quanto meno curosità.

Il quartetto ci consegna quindici brani (includendo tre tracce che sono poco più di frammenti inferiori al minuto) giocando facile sulla tipica alternanza di una vocalità bifronte, divisa tra accenti dolenti e grida di rabbia incontrollata.

La recensione forse potrebbe chiudersi pure qui.

Il limite principale di Injury Episode sembra infatti il reggersi fin troppo sulle spalle, anzi: sull’ugola, del frontman Olly Appleyard, che certo si fa valere, in un certo senso contando per due, ma che col suo inesausto dividersi tra accenti più melodici e urla incazzatissime, finisce per far passare in secondo piano tutto il resto. Resto che non è che manchi, ma che va poco oltre un ruolo di ‘bordone’ con chitarre frastagliate e andamenti sincopati che seguono l’attitudine nervosa (nevrotica?) del cantante.

Il genere non è adatto ai solipsismi, ci mancherebbe, ma l’impressione è che tra le pieghe del disco ci siano delle potenzialità e delle idee che finiscono per essere quasi soffocate da un’urgenza espressiva che trova il suo compimento nella debordante logorrea del cantante, al quale viene quasi da dire di tacere un attimo a far sentire se e di cosa sono capaci gli altri.

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Marcello Berlich
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