Daydream Plus: recensione di Second Last Day Of Summer

Second Last Day Of Summer è l'esordio sulla lunga distanza dei Daydream Plus, i quali (e non si direbbe proprio) altri non sono che i Tomb Mold, band che fa parte delle avanguardie del metal estremo. Messe da parte sonorità da incubo e tematiche catacombali, il trio qui sforna un disco interamente strumentale, all'insegna di un indie pop - rock, diviso tra complessità math, suggestioni anime, musiche da videogioco ed eleganza jazzy.

Daydream Plus

Second Last Day Of Summer

(Run For Cover Records)

indie rock indie pop math rock


Domanda: cosa succede cosa succede quando degli apprezzatissimi esponenti del metal estremo decidono di dare spazio al loro lato solare?

Una possibile risposta la offre The Second Last Day Of Summer, primo disco ‘lungo’ dei Daydream Plus.

Progetto avviato ormai da qualche anno. con un paio di EP già all’attivo, dai tre componenti dei Tomb Mold, band che da un po’ di tempo si affermata come una tra le più interessanti del death metal con risvolti progressive.

Lasciate quindi da parte le ambientazioni cimiteriali, il trio di canadese sforna un disco dedicato al penultimo giorno dell’estate, quello in cui ci si può ancora divertire dalla mattina alla sera, senza cominciare a farsi prendere dal magone per l’imminente fine delle vacanze.

I Daydream Plus danno forma sonora al concetto proseguendo il discorso già avviato nella manciata di brani fin qui pubblicati con queste dodici tracce, interamente strumentali, tutte abbastanza brevi, alcune ridotte a semplici intermezzi.

A farla da padrone sono tessiture chitarristiche che cercano costantemente un equilibrio tra una certa complessità math rock (che riprende quanto fatto nella versione più estrema) a un’apertura all’ascolto a cavallo tra le sonorizzazioni degli anime e la musica da videogiochi. Passione, quella per i videogame, che ha spinto la band a pubblicare una versione limitata del disco su una cassetta per la console vintage PES.

Alcuni ospiti chiamati a dare una mano, tra cui Steve Lamos degli American Football, a dare a sostegno, anche coi fiati, a suoni che altimenti nel corso del lavoro si farebberoo forse un filo ripetitivi.

Alcuni episodi acquisiscono così un’atmosfera vagamente jazzy, in cui il trio sembra magari voler ispirarsi, guardandoli da lontano, agli Steely Dan.

L’esito può piacere, pur senza lasciare stupefatti: prevale la voglia di divertirsi, di lasciare per un attimo gli abituali territori oltretombali per regalarsi e regalare poco più di mezz’ora di sana leggerezza, senza comunque cadere in un’eccessiva ‘facilità’.

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Marcello Berlich
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