Zidima: recensione di Del nostro abbraccio ostinato in questa crepa in fondo al mare

Zidima: disperazione, dolore, rassegnazione, ma anche pugni di rabbia e lenta risalita dell’essere umano nella mezzora di atmosfere spigolose del terzo disco della band milanese.
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Zidima

Del nostro abbraccio ostinato in questa crepa in fondo al mare

(Boned Factory, Brigante Records, Fresh Outbreak Records, Gasterecords, I Dischi del Minollo, In Circle Records, Nel Mio Nome Dischi, True Bypass)

noise, hardcore

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Il terzo lavoro dei milanesi Zidima esce “grazie al contributo di 8 etichette sparse per la nazione” e si dipana in una mezzoretta di 7 canzoni, che sono poi 7 storie ritagliate su 7 personaggi che urlano la propria indignazione attraverso un muro sonico di matrice hardcore noise. Un lavoro uscito a ridosso della seconda ondata del Coronavirus e che era in mixaggio nello scorso inverno, quindi già pronto nel bel mezzo della pandemia e in caldo da mesi.

Un disco con cui i quattro milanesi hanno finalmente fatto i conti dopo tanti mesi di attesa, con un un percorso sonoro elettrizzante che noi di RockShock abbiamo contemplato recensendo prima l’album d’esordio Corbardes e il successivo Buona Sopravvivenza.

Del nostro abbraccio ostinato in questa crepa in fondo al mare espone la desolazione umana e l’indolenza della periferia sociale in cui le persone cercano rifugio, un album circondato dall’amarezza e da una violenza verbale su suoni disturbati, pennellati su una autentica personalità, quella di una band coerente con se stessa a partire dalla tonante Vale, primo singolo malato di rabbia, un inno al trovarsi pronti alla guerra perché “ognuno ha la sua battaglia e un conto aperto con il destino”.

In Chiara partecipa Alessandro Andriolo, chitarrista della band post black metal dei Selva, devastante quando cantano “ci si annulla sempre per compiacere qualcun altro, lunedì merda, martedì pioggia, mercoledì morte, poi riprendiamo a corteggiare un fallimento”, maledicendo le circostanze che ci portano a labirinti di disperazione in un vorticare noise in cui i membri della band urlano insieme che “non è colpa mia”.

L’album ha in sé qualcosa di decadente, l’unione tra canzoni di malessere, rincrescimento e insoddisfazione espresse da una voce narrante e un comparto musicale che non è affatto un semplice accompagnamento alle parole, ma che sottolinea il disagio lirico dei brani attraverso i ritmi spigolosi e le linee melodiche dissonanti. Si appesantiscono i cambi di atmosfera grazie alla rudezza del suono, da trascinanti brani hardcore come l’antifascista Emme urlata contro gli ipocriti che “inneggiano alla bandiera alla patria, alla galera, alla caccia alla frontiera”, fino alle tenui atmosfere noise di Roby, con quel “crollano tutti sul peso degli anni, ma noi sapremo ancora farci male” e “il popolo ha fame” così attuale con la destabilizzazione economica che ci sta colpendo.


La voce di Manuel Cristiano Rastaldi è una magia dell’interazione con le parole declamate nel corso delle tracce, dove si si snodano frammenti di sentimenti violenti nei confronti di chi ci vuole ingabbiare, di ricordi che riaffiorano con un odio consapevole, un lato oscuro che ci penetra interiormente e lo tratteniamo perché renda vivo il nostro dolore, perché non vogliamo affatto dimenticare. E’ un cantato tra Massimo Volume, CSI, Fluxus, con testi aspri e drammatici, belli da leggerli perché sembrano proprio ritagliati addosso, come la voglia di non arrendersi di Anna K. , “Ci faremo trovare in piedi comunque nonostante le fughe, le rese obbligate, gli scenari apocalittici”, pezzo tratto in parte da Così che non potranno più prenderci dei The Death of Anna Karina, straordinaria band emiliana della scena hardcore.

Del nostro abbraccio è un lavoro che conferma la maturità di questi ragazzi che mi lasciano con i brividi addosso nell’ultima traccia Paolo e Rocco, canzone impressa su due personaggi in lotta con se stessi e di canzoni che ci hanno salvato tante volte dal buio dentro noi stessi. Super.

Sit web: zidima.it

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Luca Paisiello