Ulver: Wars Of The Roses

Wars Of The Roses è un mix scuro di dolcezza e silenzio, impegnativo e multiforme, un punto di vista ancora diverso dal quale guardare ai norvegesi Ulver

Ulver

Wars Of The Roses

(Cd, KScope)

alternative rock, ambient

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ulver-war-of-the-rosesSono di nuovo gli Ulver (lupi, in norvegese) ma cambiano pelle come serpenti, ogni volta che calcano le scene con un nuovo disco, una muta stagionale che li accompagna come una marca genetica. Wars Of The Roses è lontano anni luce dagli Ulver degli esordi, ben inseriti in un discorso black metal, e ancora differente dalle altre pietre miliari del loro incessante cammino di sperimentazione, che li ha portati a incursioni nell’ambient, nell’elettronica, in composizioni ibride. Qui, inoltre, al già collaudato terzetto, si aggiunge il polistrumentista e compositore londinese Daniel O’Sullivan.

Un disco complicato, Wars Of The Roses, totalizzante nel suo richiedere un’attenzione costante, perseverante, a tratti faticoso ma che sicuramente riesce infine a essere intrigante, evocativo, di una bellezza mai banale. Sembra agire nella sfera spazio subcorticale, in un modo ipnotico, sommesso, che nei momenti migliori riesce a esercitare una strana, fredda magia. Il suo incendere lento, a tratti da sonnambulo, è controbilanciato da singulti sporadici che fanno irruzione senza preavviso.

February MMX, il pezzo più pesante dell’album, apre con la sua miscela misurata ad arte di art rock con accenti dall’effetto quasi psichedelico. Poi, già con Norwegian Gothic si plana in territori rarefatti, senza tempo, che creano atmosfere fatte di sfumature tenui e increspate di tensioni da cogliere attentamente. I tempi si dilatano con Providence, fatta di interregni sospesi su tappeti di piano liquido e distorsioni che sembrano un lamento ancestrale. A impreziosire il pezzo anche la voce di Siri Stranger.

Una cascata di emozioni, che non sono lancinanti ma piuttosto fluide, sottili, si scarica con le tracce successive, che hanno il sapore delle ballate, nonostante siano di difficile categorizzazione. September IV si conclude con una intricata tempesta in sordina, mentre England è dolcemente cupa. Verso la fine, struggente, Island, bellissimo pezzo con un che di tribale e antico, e che prelude all’impegnativo Stone Angels, un recitato inquietante nel suo essere terso ma allo stesso tempo attraversato da spasmi jazz e da un organo cupo, il tutto per una durata di circa quindici minuti.

Forse ostico a un primo impatto, ma anche per questo affascinante, Wars Of The Roses riesce a essere sempre diverso, emozionante a ogni nuovo ascolto e testimonia di un ulteriore, poco prevedibile aggiustamento di rotta per la band norvegese.

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Miranda Saccaro
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