Poppy: recensione di Empty Hands

Al settimo capitolo di una carriera che ha toccato il decennio, con Empty Hands Poppuy conferma il suo status di artista e performer singolare e poco classificabile, uns divetta cyber pop che nasconde un'erinni screamocore.

Poppy

Empty Hands

(Sumeruan Records)

pop, industrial, metal, hardcore


Un nome da stellina del pop orientale, J- o K- che dir si voglia, una carriera partita da YouTube e approdata rapidamente al music biz, Poppy (all’anagrafe Moriah Rose Pereira) ha saputo costruirsi un percorso artistico che è alle soglie del decennio, con scelte non sempre banali.

La cantautrice di Boston nel corso degli anni ha infatti progressivamente ‘indurito’ la propria proposta, giungendo oggi a una tutto sommato non così usuale formula in cui un pop spesso declinato su sonorità e atmosfere cyber che riportano almeno in parte a un certo immaginario da ‘anime’, è sempre sul punto di precipitare in lidi molto più oscuri.

Ecco che tra un brano e l’altro di Empty Hands, settimo capitolo della storia, ma anche all’interno dei singoli pezzi, si assiste a improvvisi e repentini cambi di umore e registro, con la nostra a esplodere improvvisamente in urla belluine che di ‘pop’ hanno ben poco, coi suoni che si fanno più saturi e pesanti, tra post metal e hardcore, lasciando il posto a scenari industriali e vagamente post-apocalittici.

Certo, non si salta sulla sedia in quanto a originalità (che si tratti di singole o doppie voci, il metal ha già scoperto da decenni l’efficacia dell’alternanza tra cantato angelicato e ruggiti demoniaci), ma a incuriosire e tutto sommato farsi piacere è il modo in cui il contrasto prende forma, in un modo spiazzante che, compreso il gioco dopo i primi brani, genera una divertita curiosità per vedere se e quando la gentile Poppy verrà posseduta dalla propria metà oscura.

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Marcello Berlich
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