Planet Opal: recensione di Recreate Patterns, Regenerate Energy

"Ricreare lo schema, rigenerare l'energia". È questo il manifesto emotivo e tematico attraverso il quale i Planet Opal esplorano le complessità umane dell'oggi, mescolando freddezza digitale e calore analogico-vintage.

Planet Opal

Recreate Patterns, Regenerate Energy

(Autoproduzione)

glitch, elettronica ambient, flash disco Hi-NRG, kraut-beat, synth-wave, acid disco, dancefloor 80, groove disco, shoegaze digitale


A distanza di tre anni dall’esordio con l’album Cartalavonu, i Planet Opal, duo sperimentale formato da Giorgio Assi e Leonardo Di Franceschi, tornano in scena con il secondo lavoro intitolato Recreate Patterns, Regenerate Energy, edito per Dischi Sotterranei e anticipato dall’uscita dei singoli I’ve Heard Brian Eno In The McDonald’s Fridge, Montagne A Colori e Indigo Skies.

Il titolo del disco è già una dichiarazione d’intenti: ricreare lo schema, rigenerare l’energia. Un manifesto emotivo – e tematico – orientato allo scambio e alla rigenerazione ciclica, che mette in luce il dualismo tra il doversi adeguare ai cambiamenti della società e la necessità di sospendere le dinamiche ripetitive e alienanti del quotidiano.

Continuando a modellare il proprio trademark compositivo sull’asse Bergamo-Berlino (le città dove vivono i due musicisti), con l’idea di combinare freddezza digitale e calore analogico-vintage all’interno di un percorso elettronico dal taglio internazionale, i Planet Opal esplorano le complessità delle emozioni umane e affinano approccio autorale e profondità sensoriale, proiettando la disillusione e le incertezze dell’oggi sul dancefloor-nostalgia del passato.

Il nome del duo richiama l’opale, minerale dalle caratteristiche prismatiche, che può assumere diverse sfaccettature cromatiche a seconda di come vi si infrange la luce. Allo stesso modo, il sound di Recreate Patterns, Regenerate Energy mostra il suo carattere opalescente: non riflette in modo netto, ma rifrange le emozioni, i ricordi, le pulsioni. Come l’opale, che non ha un solo colore ma cambia secondo la luce, gli undici brani della release scorrono sotto una superficie traslucida e sembrano mutare pattern ritmico a seconda dello stato d’animo.

In questo avvicendarsi di cieli indaco e montagne a colori, di momenti rilassanti e ritmi più elettrizzanti e ballabili, i Planet Opal tengono in vita la liaison con quel sound che già quarant’anni fa guardava al futurismo e che negli ultimi tempi ha ritrovato nuove forme d’espressione: si spazia dal glitch allo shoegaze, dalla scoppiettante disco Hi-NRG anni 80 all’elettronica kraut-beat mitteleuropea, dalla space-disco acida all’elettro-funk dei Daft Punk, passando per il synth-groove sbarazzino e malinconico dei New Order e l’energica urban dance degli LCD Soundsystem.

Un tragitto emozionale dove si susseguono pulsanti ritmiche di radice albionica (dai Cabaret Voltaire ai Depeche Mode), fino a rievocare il dolore ovattato dei Nine Inch Nails e il downbeat ambient di Brian Eno. Proprio quest’ultimo è stato d’ispirazione per il brano I’ve Heard Brian Eno In The McDonald’s Fridge, come spiega Giorgio Assi: “Stavo lavorando da McDonald’s e ogni volta che aprivo il frigo del tempering in cucina, il suo motore produceva un suono molto simile al drone presente nel brano di Brian Eno Thursday Afternoon“.

I testi di Recreate Patterns, Regenerate Energy si muovono come visioni sotterranee, come pensieri notturni tra le macerie della contemporaneità, come un viaggio di rinnovata consapevolezza e sopravvivenza affettiva, a simboleggiare quella che è, oggi, la connessione tra mondo reale e virtuale, vulnerabilità e trasformazione, intelligenza umana e artificiale. La rappresentazione, insomma, di un mondo dai ritmi di vita sempre più meccanici e dello smarrimento identitario nell’era digitale.

Recreate Patterns, Regenerate Energy è dunque un invito a smettere di scrollare, a ribellarsi a certi modelli imposti, per ricominciare ad ascoltare, sia dentro che fuori. Un messaggio che, di questi tempi, può assumere le sembianze di un atto profondamente politico.

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