Pier Cortese: recensione di Come Siamo Arrivati Fin Qui

Pier Cortese torna in veste solista con l'album Come Siamo Arrivati Fin Qui: un viaggio nella canzone d’autore attraverso un percorso introspettivo e malinconico.

Pier Cortese

Come Siamo Arrivati Fin Qui

(FioriRari)

canzone d’autore italiana, cantautorato folk, folk acustico, elettro folk, elettronica, folk etnico

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recensione_come siamo arrivati fin qui_Pier CorteseCon alle spalle due album (Contraddizioni e Nonostante Tutto Continuiamo a Giocare a Calcetto), il progetto Discoverland insieme a Roberto Angelini, due dischi di storie-canzoni dedicate al mondo dell’infanzia e alcune produzioni artistiche (Fabrizio Moro e Niccolò Fabi), il cantautore e produttore romano Pier Cortese torna nuovamente in veste solista con il suo terzo capitolo discografico intitolato Come Siamo Arrivati Fin Qui, edito per l’etichetta FioriRari e anticipato dall’uscita dei singoli Tu Non Mi Manchi, È Per Te, Te Lo Ricordi e Come Siamo Arrivati Fin Qui.

Durante la sua carriera ventennale, vantando prestigiosi riconoscimenti e un’intensa attività live, il quarantaquattrenne musicista capitolino si è speso per impreziosire la propria identità sonora e accrescere una maturità artistica che, pazientemente e in modo certosino, ha saputo rimodellare e mettere anche al servizio degli altri, pur mantenendosi fedele alla sua cifra stilistica.

Come Siamo Arrivati Fin Qui è un lavoro in grado di scaldare l’anima e creare immagini evocative, che prende vita da una serie di riflessioni filosofiche e autobiografiche, osservando la contemporaneità con sguardo romantico, disilluso e malinconico, quando al di fuori di quell’acquario umano meglio noto come società, quando dal di dentro, prendendo spunto dal quotidiano personale quale presa di coscienza nei confronti dei cambiamenti, delle cicatrici del tempo e dei silenzi assordanti delle incomprensioni e dell’orgoglio.

Attraverso le dieci tracce della release, mescolando amabilmente melodie e parole, Pier Cortese, con naturalezza cantautorale, ricercatezza linguistica e in modo sempre misurato e focalizzato, racconta istantanee e frammenti della sua intimità, con un sentimento inquieto, turbolento, vulnerabile, e un pizzico di amara ironia di fondo, pronto a scavare in quel suo profondo percorso emozionale e scritturale fatto di dilemmi esistenziali, incontri, separazioni, affetti, amori, partenze e ritorni, cadute e risalite.

 

Suoni spaziali e ipnotici sembrano fluttuare in equilibrio tra le stanze acustiche delle chitarre folk e le ambientazioni atmosferiche di tessiture elettroniche di Come Siamo Arrivati Fin Qui, in una continua alternanza di luci ed ombre, dove armonie sospese e traiettorie oniriche ed elettroacustiche alla Colapesce e Di Martino, tanto magnetiche e robotiche quanto melodiche e orecchiabili, lambiscono la freschezza di acquerelli folk di sponda mediterranea, una sensibilità percussiva etnica, a tratti esotico caraibica, e la psichedelia bucolica di Nick Drake, sfiorando, da un lato, le escursioni arabeggianti di certa elettronica cibernetica che rimanda a Franco Battiato, e dall’altro immergendosi completamente nella solenne malinconia della canzone d’autore dei Luigi Tenco e Fred Bongusto.

In un mondo digitalizzato sempre più incline alla paranoia e avvelenato dalle trappole emotive, nella sensazione epidermica di questo eterno presente, Pier Cortese sottolinea l’importanza del viaggio introspettivo nella percezione delle mutevoli prospettive che accompagnano le fasi della crescita, in cui le assenze finiscono per assumere un valore più importante delle presenze, soffermandosi su quanto sia inutile ritrovarsi a sfogliare la margherita del rimpianto e appoggiarsi alla stampella agrodolce della memoria.

Facendo tesoro dell’esperienza e di tutte quelle vite osservate dal finestrino di un automobile, passate forse troppo in fretta e intrise di ricordi, profumi, colori e giorni pieni di incoscienza e passione, Pier Cortese, tra somme o sottrazioni di mezza età, affronta le macerie sentimentali del progresso rifugiandosi nel potere taumaturgico della musica, al di là delle nostre decisioni e delle nostre colpe, lasciandosi trascinare verso le carezzevoli e morbide note di commiato di un pianoforte, quasi a volersi regalare una tiepida illusione di speranza, cercando ogni tanto di dimenticare per poter sopravvivere.

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