Lovvbömbing: recensione di Piss! Peas! Peace!

Esordio al fulmicotone per i cesenati Lovvbömbing: tra garage, punk e psichedelia, Piss! Peas! Peace! è un lavoro che fa dell'immediatezza e dell'attitudine da jam session il proprio miglior pregio, scontandone allo stesso tempo qualche limite.

Lovvbömbing

Piss! Peas! Peace!

(Vina Records)

garage psichedelia punk


Beh, una cosa è sicura: in quello che fanno, ai Lovvbömbing piace metterci un bel po’ di divertimento; è evidente, fin dal nome che si sono scelti, dal titolo del loro esordio sulla lunga distanza w da alcuni dei titoli che ricorrono nei dieci brani presenti, come James Pond, Sidney Weenie o Fajitas (Poliz Navidad).

Un divertimento che va anche oltre le questioni lessicali: il disco è stato messo su con pochi fronzoli, i pezzi registrati dal vivo in studio con sovraincisioni ridotte all’essenziale, forse non proprio alla ‘come viene’, ma senz’altro con la volontà di conservare l’immediatezza e, appunto, quel filo di cazzeggio e goliardia che caratterizza il suonare insieme.

Il risultato è poco meno di una quarantina di minuti in cui si avverte ricorrente un’atmosfera da jam session, da ‘sappiamo ciò che vogliamo fare, ma teniamoci il gusto di vedere quello che succede’.

La band di Cesena finisce così per mettere insieme un disco in cui ci si sposta e qua e là tra i settanta, gli ottanta e i successivi: c’è l’attitudine garage e vagamente noise nella ruvidità dei suoni, c’è una bella dose di psichedelia, quella dei seventies, ma anche a tratti quella degli ottanta, ci sono suoni vagamente ‘spaziali’, c’è un cantato dal quale emerge costantemente un atteggiamento irridente, che fa un po’ il verso a certo pop anni ’60, a cui si aggiunge qua e là una vena punk decisamente corrosiva.

Chitarre continuamente abrase, effetti ‘da cantina’, atmosfere da fumoso (non solo per le sigarette) club vecchio stampo.

Insomma, alla fine tutto sembra un giradischi il cui braccio salta in continuazione tra un solco e l’altro di una compilation di varie ed eventuali.

Divertente, dunque, anche se alla fine ci si chiede se il divertimento basti: si avverte a tratti la sensazione che manchi qualcosa per spiccare definitivamente il volo; che i brani, dominati da questa attitudine ‘arrembante’, manchino di un filo di ‘ragionamento’ in più, trovando sviluppi che a tratti finiscono per sembrare un po’ ripetitivi; fermo restando che, trattandosi di un esordio, è in fondo naturale trovarsi di fronte a una band che deve ancora calibrare definitivamente stile e idee.

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Marcello Berlich
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