Lone Assembly: recensione di Knots &Chains

I Lone Assembly debuttano con Knots & Chains, un album che riesce a coniugare magistralmente i suoni freddi degli anni Ottanta con il pop più moderno per un risultato cupo ed oscuro ma che allo stesso tempo dona speranza e coraggio.

Lone Assembly

Knots & Chains

(Irascible Records)

alternative, synth-pop, synth-wave, dark-wave


Il quartetto svizzero Lone Assembly presenta l’album di debutto, Knots & Chains: inni di dolore, alienazione e tristezza, ma anche di speranza, forza e coraggio.

La pubblicazione del primo album ufficiale della formazione elvetica passa per la Irascible Records e già i primi singoli resi noti negli ultimi mesi del 2025 hanno lasciato presagire che si tratterà di un disco caratterizzato da una freddezza anni Ottanta rifinita da una produzione squisitamente moderna, dove si respirano chiaramente l’ammirazione della band per gli anni d’oro della Factory Records ma anche l’immediatezza e la schiettezza di gruppi dei primi anni duemila come gli Editors, sia nella voce che negli arrangiamenti.

Nel 2024 i Lone Assembly hanno registrato il loro primo EP intitolato That Never Happened, dedicato ad una persona cara scomparsa, e da quel momento in poi sono passati dall’essere un semplice gruppo di amici che faceva musica insieme al considerare la loro dimensione come uno spazio di guarigione, un luogo di vicinanza, una necessità espressiva.

Tutto ciò è ancora più evidente in Knots & Chains, dove le dieci tracce nascono da una profonda oscurità e vengono poi illuminate da una luce mutevole, creando chiaroscuri nei quali emerge la potenza impressionante della new wave e del synth pop. Il leitmotiv dell’intero album è chiaramente il controllo nelle sue molteplici forme, disegnato perfettamente nel brano You’re Pulling at the Same Strings in cui il narratore cerca di comprendere il male che dimora dentro colui che domina. Viene analizzato anche il controllo imposto, volente o nolente, dai luoghi che abitiamo e quello che esercitiamo su noi stessi, come nelle coinvolgenti The Pain Keeper e My Life’s Solid, quest’ultima descritta dallo stesso Raphaël Bressler come “…la vertigine che si prova quando le proprie certezze vacillano. Un’epopea cupa e viscerale sulla perdita dei propri punti di riferimento e sul bisogno di essere visti in un’atmosfera introspettiva e claustrofobica. Il ritornello esplode come una brutale presa di coscienza: ciò che pensavamo fosse “solido” non lo è.”

Nonostante i temi trattati dal quartetto siano chiaramente cupi ed oscuri, ogni tanto si intravedono dei barlumi di speranza, come a soddisfare il bisogno vitale di aria: si passa dal soffocamento all’apertura, dalla claustrofobia a spazi di respiro più ampio.

Linee di basso fragorose e ritmi ipnotici ed ossessivi si intrecciano con chitarre intrise di riverbero e synth atmosferici, creando un paesaggio sonoro plumbeo per la voce profonda, grave e risonante di Bressler che guida l’ascoltatore in ogni singolo brano.

Knots & Chains riuscirà a soddisfare senza dubbio i gusti di tanti nostalgici rimasti ancorati agli standard estetici della new wave e del post punk anni Ottanta, ma allo stesso tempo conquisterà una buona fetta di pubblico più giovane grazie al suo chiaro e notevole appeal pop.

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