Morrissey: recensione di Make-up is a Lie

Morrissey torna con Make-Up Is a Lie dopo sei anni: un disco imperfetto e crepuscolare, tra echi degli Smiths e lampi di lucidità poetica.

Morrissey

Make-up is a Lie

(Sire Records)

alternative pop, new wave, alternative pop rock, indie


Morrissey torna dopo sei anni di assenza con Make-up is a Lie, il ritratto crepuscolare di un artista che non smette di interrogare il mondo.

Ci sono album che nascono come dichiarazioni di forza, altri come confessioni involontarie. Make‑Up Is a Lie appartiene alla seconda categoria: un disco che non pretende di convincere, ma di mostrarsi. È il ritorno di Morrissey dopo anni di silenzi, fratture e progetti abortiti, e porta con sé il peso di un percorso creativo irregolare, quasi tormentato. Eppure, proprio in questa irregolarità si nasconde la sua verità più profonda.

Il titolo è già un manifesto: Make‑Up Is a Lie. Il trucco come finzione, come patina sociale, come illusione necessaria. Morrissey lo strappa via con un gesto brusco, rivelando un volto segnato, vulnerabile, a tratti persino stanco. I testi oscillano tra malinconia e provocazione, tra desiderio di essere compreso e rifiuto del mondo contemporaneo. È un equilibrio instabile, ma autentico: è il suo modo di stare al mondo da sempre.

Musicalmente, l’album non cerca rivoluzioni. Preferisce muoversi in territori familiari: i suoni sono asciutti, le chitarre limpide e le melodie austere richiamano l’eredità degli Smiths; gli arrangiamenti risultano eleganti e mai ridondanti, mentre il tono generale che si respira è più cupo, quasi da bilancio esistenziale. Moz canta con voce pesante e, a tratti, calante, anche il suo bisogno innato di essere amato e accettato, come preannuncia il brano di apertura dell’album You’re right, It’s time.

Tra i brani, alcuni emergono con forza particolare: Notre‑Dame, con la sua atmosfera ombrosa e il tema controverso al limite del complottismo, è uno dei momenti più discussi; Amazona, cover dei Roxy Music, è un omaggio raffinato all’art‑rock anni Settanta, sorprendentemente fresco e Lester Bangs è un tributo affettuoso al critico rock che ha incarnato l’idea di scrittura musicale come atto di passione e rischio. Non tutto, però, brilla allo stesso modo: pezzi come Kerching Kerching sembrano meno ispirati, quasi riempitivi. Ma anche questo fa parte del ritratto: un artista che procede per lampi, non per geometrie.

Si tratta, senza ombra di dubbio, di un disco che divide, e proprio per questo significativo. Chi lo ama parla di un ritorno sincero, vulnerabile, necessario, e chi lo detesta lo considera un album discontinuo, quasi un collage di materiali fin troppo eterogenei.

La verità, come spesso accade con Morrissey, sta nel mezzo. Make‑Up Is a Lie non è un capolavoro, ma è un documento prezioso: è la fotografia di un artista che continua a interrogarsi, a provocare, a cercare un posto nel mondo anche quando il mondo sembra non volerlo più ascoltare. Siamo di fronte ad un disco imperfetto, ma vivo. È un’opera che non chiede di essere amata, ma compresa. Un album che racconta un Morrissey crepuscolare, fragile, ma ancora capace di momenti di sorprendente lucidità poetica. E forse è proprio questa imperfezione a renderlo così umano.

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