Design: recensione di Faithless

I marchigiani Design tornano con Faithless: un disco che suona come una fuga in avanti nel pop-rock elettronico. Dodici tracce tese e cinematografiche, tra darkwave, chitarre taglienti e beat che pulsano come un allarme, un lavoro concettuale che esplora il tema della perdita, il silenzio di Dio e il crollo delle ideologie.

Design

Faithless

(Overdub Recordings)

post punk, industrial rock, elettronica, darkwave


I marchigiani Design tornano con Faithless: un lavoro concettuale che esplora il tema della perdita, il silenzio di Dio e il crollo delle ideologie. Un disco che suona come una fuga in avanti nel pop-rock elettronico del 2026: dodici tracce tese e cinematografiche, tra darkwave, chitarre taglienti e beat che pulsano come un allarme, mentre al centro resta una domanda scomoda: quanta responsabilità siamo disposti a prenderci per ciò che facciamo (e per ciò che perdiamo)?

Quando i singoli Red Dragon e soprattutto Blame hanno cominciato a girare, era chiaro che i Design non stavano preparando il classico “disco di conferma”: stavano alzando la posta. Faithless, pubblicato per Overdub Recordings, è il loro nuovo capitolo in studio: un lavoro scuro, fisico, ferocemente onesto, che trasforma la pista da ballo in una stanza degli specchi.

In superficie Faithless sembra un disco “da rave” travestito da pop-rock: ritmiche martellanti, hook che si infilano sotto pelle, sintetizzatori che graffiano. Ma sotto la vernice c’è altro: un’esplorazione della perdita, personale e collettiva, e di quella sfiducia più ampia verso un presente che ha smesso di mantenere promesse di rispetto e uguaglianza. Essere “faithless” qui non è solo un gesto anti-religioso: è la radiografia di una generazione senza illusioni, che cerca una via d’uscita nel bisogno umano di amore e consapevolezza, senza scorciatoie.

Composto tra febbraio e ottobre 2024 e registrato tra Castelfidardo e Berlino, Faithless mette a fuoco un’identità che sta a metà tra post-punk, darkwave ed electronic rock. La produzione e il mix di Enrico Tiberi tengono insieme l’urgenza chitarristica e la pressione dei synth stratificati; il mastering londinese è firmato da Pete Maher (già con Nick Cave, Depeche Mode, Nine Inch Nails, U2, Pixies), e si sente: dinamica viva, basse frequenze che respirano e una pulizia che non addomestica. Ci sono tensioni, sospensioni emotive che chiamano in causa i Crosses e un’ombra industrial che strizza l’occhio ai Nine Inch Nails; sul versante melodico, e senza nostalgia, affiorano New Order e Depeche Mode. È un disco che rende al meglio in cuffia, dove i dettagli nascosti tra le frequenze basse diventano parte della storia.

Il punto di forza di Faithless resta la narrazione: niente metafore facili, piuttosto un “noi” contemporaneo fatto di relazioni spezzate, violenza normalizzata e incapacità di leggere la realtà. Blame è la chiave: non un dito puntato, ma un atto di catarsi, un confronto con se stessi che arriva dritto allo stomaco. E nel mezzo del disco la band costruisce il suo centro simbolico, il ventre della balena: da Collodi a Melville (con un’eco orwelliana sullo sfondo), la balena diventa rifugio e trappola, sospensione e assoluto. Solo attraversando quell’oscurità, e uscendone cambiati, si può parlare, davvero, di rinascita.

Anche l’immagine visiva segue il mood: la copertina, dominata da un blocco di marmo fotografato da Paolo Maggiani, pesa come un monumento funebre alla memoria e alla solitudine; dietro, il disegno di una balena di Sara Tringali attraversa la scena come presenza mentale. È la stessa dialettica che regge il disco: materia e fantasma, gravità e fuga, pista e introspezione. Faithless suona come una colonna sonora per notti insonni, dove la frenesia della cassa dritta convive con l’ansia di trovare senso nel vuoto.

Faithless non è un disco facile e non vuole esserlo. È un album audace, che usa l’elettronica come frizione, non come arredamento, e che chiede all’ascoltatore di restare nel buio abbastanza a lungo da meritarsi una fessura di luce. Il resto, come sempre, lo decide il volume a cui decideremo di ascoltarlo e quanto saremo disposti a riconoscerci in quello che torna a galla.

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