Krimea
Are you human?
darkwave, synth pop, electro-wave
I veneziani Krimea pubblicano Are you human? , un album di esordio intriso di anni Ottanta che dà voce ai sentimenti umani, ai comportamenti e alle mode dell’epoca moderna.
Anticipato da tre singoli, Are you human? rappresenta il debutto del duo veneziano prodotto negli Stati Uniti composto da Alice Taylor e Nick SoLow, entrambi già attivi sulle scene musicali con differenti progetti sia di musica originale che di cover e tributi.
Dichiaratamente synthpop ed electro-wave, il disco affonda radici salde nelle sonorità anni ottanta, che rielabora senza nostalgia di maniera: le atmosfere vengono traslate in una malinconia danzabile, solcata da improvvise opacità e da fenditure di luce: un chiaroscuro coerente con quel “mar nero” che, non a caso, è già contenuto nel nome stesso della band.
L’album si apre con il fragore controllato di This Pleasure, primo singolo del duo: dopo un breve fade-in, il brano deflagra in un riff nervoso, salvo ritrarsi quel tanto che basta per incorniciare la voce baritonale di Nick SoLow. La melodia attecchisce all’istante e trascina anche i più refrattari, in un crescendo che non concede tregua fino all’ultimo colpo. È così che ci si accosta a Love Her Eyes, primo inedito del disco, dove un clima radicalmente diverso accompagna l’immagine di un uomo che cammina verso un mare in tempesta (forse il Mar Nero?), in cerca di qualcuno con cui affogare: una metafora della ricerca febbrile di un compagno con cui condividere l’oscillazione, sempre incerta, del viaggio della vita.
Con Vivre le sombre si scende in un abisso di timbri scuri e sospesi: qui il riff di voci sintetiche restituisce irrequietezza e una cautela emotiva che rasenta la fobia del sentimento, affidato piuttosto a parole non dette, a poesie tenute in ombra.
Dopo i primi tre brani l’identità dell’album è già nitida: un racconto che si distende su dodici tracce. Gli altri due singoli, Die-Monds e Over and Over, consolidano il “Krimea style”: una tela scurissima, punteggiata da microfratture cromatiche.
La title track ci sospinge nell’intercapedine asfittica delle relazioni, dove la domanda del titolo smette di essere slogan e diventa sospetto. Ghost Town prosegue la traiettoria, spostando l’incertezza dai rapporti ai luoghi stessi dell’incontro: un cielo grigio che si confonde con il cemento freddo, fino a farsi un tutt’uno. Ogni slancio di protagonismo, anche quando accompagnato da “baci di compassione”, finisce per risolversi nella disperazione, nella solitudine di un vicolo cieco.
Are you human? è un disco che interroga, seduce e disorienta; uno di quei dischi che non si limitano a chiederti di ascoltare: ti chiedono di partecipare, di entrare in un territorio dove l’identità è instabile, la voce è un filtro, e l’elettronica diventa un modo per parlare dell’umano proprio mentre lo mette in discussione.
I Krimea costruiscono un album che vive di contrasti. Da un lato c’è una pulsazione elettronica che guarda alla coldwave e al synth-pop più scuro; dall’altro, una scrittura che non rinuncia alla melodia, quasi a voler ricordare che sotto la superficie digitale c’è ancora un cuore che batte. Il risultato è un suono che sembra provenire da un futuro immaginato negli anni ottanta: familiare e alieno allo stesso tempo.
Il titolo non è un vezzo: Are you human? è un filo rosso che attraversa tutto il disco. Le canzoni sembrano dialogare con un interlocutore invisibile, forse una macchina, forse una parte di sé, e ogni brano aggiunge un tassello a questa domanda esistenziale mascherata da estetica cyber. Le voci trattate, i beat geometrici, le atmosfere sospese contribuiscono a creare un senso di inquietudine elegante, mai gratuito.
Ci sono momenti più immediati, dove la band lascia emergere un gusto quasi pop, e altri in cui prevale la dimensione più atmosferica, quasi cinematografica. Ma ciò che colpisce è la coerenza: ogni traccia sembra appartenere a un unico mondo sonoro, come se il disco fosse un viaggio in un’unica notte lunga e luminosa di neon.
È un lavoro che non cerca di piacere a tutti, e proprio per questo conquista. È un album che si muove sul confine tra emotivo e artificiale, tra confessione e distacco, tra corpo e circuito. E alla fine, la domanda del titolo resta sospesa, non come un dubbio, ma come un invito a guardarsi dentro.
In chiusura, Are you human? parla d’amore, desiderio ed esperienza, e lo fa per immagini: luoghi (spesso figurati) di rifugio e comfort contrapposti a eremi d’insicurezza, dove la difficoltà di stare in relazione spinge i rapporti umani verso il limite del sacrificio. Umane o meno, a questo punto, è quasi un dettaglio: resta, piuttosto, la vertigine della domanda.
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