Jennifer Gentle: recensione disco omonimo

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Jennifer Gentle

s/t

(La Tempesta Dischi)

psichedelic rock

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recensione Jennifer GentleCi sono band che non suonano più come una volta e quando esce un loro disco si sta a fare cronaca per il dovuto rispetto per quanto fatto precedentemente. Diciamolo subito: i Jennifer Gentle degli esordi mi son piaciuti abbastanza, da tempo hanno preso una direzione diversa da quando li ho conosciuti, ma va anche detto che la loro musica, soprattutto in questo omonimo album, non si è svenduta e ha mescolato diverse sonorità tra loro, mettendoci per esempio il funk o il soul inseme a quei tenui sprazzi psichedelici tra Beatles e Pink Floyd che li hanno posti all’attenzione della critica musicale.

So bene quanto sia antipatico fare paragoni con certi gruppi ed appioppare etichette a quelle band che fanno della sperimentazione la loro arte primaria, musicisti con il piacere di scoprire, rievocare, modellare i suoni in melodie affascinanti, suadenti e al tempo stesso conturbanti. E’ il caso di questa band padovana che ritorna con questa oretta di canzoni, ben 17 brani, snocciolando un repertorio più incline agli ultimi dischi.

I primordiali impeti sonici oggi sono praticamente scomparsi, ma bisogna anche dire che questo album, arrivato 9 anni dopo la loro ultima fatica denominata Concentric, è frutto del lavoro certosino del suo leader Marco Fasolo e degli svariati collaboratori, che vanno dai fratelli Ferrari dei Verdena ai Bud Spencer Blues Explosion, che in molte occasioni hanno suonato con loro in tourneé negli anni passati, offrendo un taglio piuttosto cinematografico e incantato ai brani come la longilinea e teatrale Swine Herd.

Il nuovo album si apre e si chiude con lo stesso tema delicato e dalle sonorità appena accennate degli strumenti, il primo singolo, Guilty, lascia senz’altro stupiti per quel funk singolare e solare cantato da Folake Oladun che cattura l’attenzione, testimone della voglia di toccare le nostre anime regalandoci positività inconsuete. E poi abbiamo allegri motivetti come Beautiful Girl e Love You Joe con piacevoli dondolii di chitarrine, in una luce straordinariamente vibrante dopo le aperture esili dei primi brani del disco.

Temptation ribalta come un’ombra improvvisa l’atmosfera radiosa di pocanzi, l’orchestrale Argento è un brevissimo brano strumentale, e ci si culla con Only In Heaven prima di risvegliarsi con una pomposa Do You Hear Me Now grazie ad un’intensa sezione di fiati in azione. Ripartiamo al galoppo con una cavalcata blues e clap clap in You Know Why, seguono dolcezze armoniose spezzate da una inquieta My Inner Self, fino al simil trombone di Where Are You prima del tema di chiusura. Resta che vederli dal vivo dove ci si rende conto della capacità di questa band di intrattenere senza risultare noiosi né tantomeno esageratamente bizzarri.

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