Il Ciclo di Bethe: recensione di Evo Barbarico Volume 1 – Memorie

Con Evo Barbarico Volume 1 - Memorie, Il Ciclo di Bethe conferma quanto già percepito dall'album precedente: siamo dinanzi a uno dei progetti musicali italiani più intensi, coraggiosi e creativamente vitali dell'attualità.

Il Ciclo di Bethe

Evo Barbarico Volume 1 – Memorie

alternative rock, wave, noise rock, spoken word, post-punk


Nel panorama musicale italiano contemporaneo, dove spesso prevale la logica commerciale della musica usa e getta, Il Ciclo di Bethe rappresenta un’eccezione straordinaria. Con il nuovo progetto Evo Barbarico, il collettivo romano guidato da Alexandro Sabetti si propone non come un album tradizionale, ma come un atto di resistenza estetica che si sviluppa lungo tre volumi distribuiti nell’arco di un intero anno. Il primo capitolo, intitolato Memorie, rappresenta già nella sua concezione una sfida consapevole alle logiche mercantili dell’industria discografica contemporanea, configurandosi come un cantiere sonoro permanente dove la sperimentazione non è concessione stilistica ma necessità poetica e politica.

Ricostruire il DNA artistico di Il Ciclo di Bethe significa risalire a una precisa tradizione italiana di musica militante che affonda le radici negli anni Ottanta e Novanta del Novecento. Il gruppo raccoglie consapevolmente lo spirito autentico di quel filone che attraversa Teste Vuote, CCCP Fedeli alla Linea e soprattutto CSI, quegli ultimi interpreti di una canzone d’impegno dove la ricerca formale non si separa mai dall’urgenza comunicativa. Alexandro Sabetti, già cofondatore degli Argine, porta in questo nuovo progetto la visione di uno dei migliori maestri della canzone italiana contemporanea, capace di coniugare complessità visionaria con una sottovalutazione che gravemente affligge il panorama musicale asfittico e conformista dei nostri tempi.

Se le fondamenta sono italiane, lo sguardo di Evo Barbarico è consapevolmente orientato verso quella contaminazione euristica che marca il post-punk nella sua accezione più larga. Cristiano Santini Disciplinatha / Dish-Is-Nein),  produttore della traccia di apertura Nazione, proviene dall’ambiente della ricerca sperimentale emiliana, mentre la partecipazione di Riccardo Sabetti attiva connessioni con il mondo della tecnologia sonora contemporanea. Le scelte artistiche rimandano altresì a una continua dialettica con l’eredità del punk nella sua variante più consapevole, dove l’energia non è fine a se stessa, ma vettore di significati e di critica sociale.

Memorie si compone di cinque tracce originali e due bonus, per un totale di quasi quarantacinque minuti che non scorrono in modo lineare o distratto. L’apertura con Nazione rappresenta un vero e proprio manifesto sonico. Qui il suono muta in arma: le trame elettroniche si intrecciano con strutture di techno ossessiva e istintiva, dove il punk non rappresenta solo una formula ritmica ma piuttosto uno stato di agitazione permanente. Il titolo stesso racconta di giochi linguistici che ribaltano i significati degli slogan reazionari, generando controsensi che ridicolizzano il presente. Questa operazione non è superficiale esercizio retorico, ma dimostrazione concreta di come la forma musicale possa veicolare contenuti politici senza retorica né predicazione.

Cronacart, il secondo brano, introduce la voce magnetica e consapevolmente calda di Andrea Chimenti. Qui il tempo si dilata, la memoria si trasforma in preghiera laica, in invocazione sospesa tra nostalgia e lucida contemporaneità. Chimenti porta nella struttura compositiva di Sabetti una dimensione vocale che non è decorativa ma strutturale, fondamentale al discorso musicale. Lo spazio accordato alla voce non è quello della solista virtuosistica, bensì quello del testimone che racconta una storia collettiva.

L’elemento tecnologico che attraversa Memorie non rappresenta una semplice sovrapposizione di layer sonori. L’uso della sintesi, della manipolazione timbrica, della modulazione percussiva appartiene a una concezione matericale del suono dove ogni elemento possiede una propria densità e significato. Il post-punk che permea il progetto non è stilismo nostalgico, ma linguaggio contemporaneo capace di ospitare droni psichedelici, tonalità stoner, ricerche techno-novecentesca, tutta quella contaminazione che caratterizza il panorama dell’underground europeo dalla fine degli anni Novanta a oggi.

Uno dei tratti distintivi di Evo Barbarico – Memorie è la straordinaria ricchezza di presenze ospiti, scelta che ribadisce l’intenzione di costruire un progetto radicato nella comunità musicale italiana contemporanea. Al di là della semplice partecipazione artistica, queste collaborazioni significano un rifiuto esplicito dell’isolamento creativo e dell’autorità monolitica del singolo artista.

Questa scelta collaborativa non rappresenta il conformismo del cosiddetto featuring contemporaneo, dove la somma di nomi genera meccanicamente prestigio. Qui piuttosto assistiamo a una vera e propria costruzione collettiva del significato, dove ogni presenza ospite modifica la struttura interna del brano e contribuisce a costruire quell’effetto di polifonia estetica e politica che il progetto persegue.

Ciò che differenzia profondamente Evo Barbarico dai numerosi progetti musicali contemporanei è il rifiuto consapevole della neutralità. Questa non è musica che contempla la possibilità di servire da sfondo acustico o di intrattenimento passivo. Ogni scelta formale, ogni andamento ritmico, ogni stratificazione timbrica comunica un orientamento etico e estetico preciso. In un’epoca dove la musica indipendente italiana spesso sacrifica la propria irrequietezza creativa sull’altare della fruibilità, Il Ciclo di Bethe rivendica il diritto alla difficoltà, alla sfida, al disagio come possibilità di conoscenza musicale.

Il manifesto implicito del progetto sta nella frase ricorrente di Sabetti: Stiamo aprendo un fronte. Questa non è metafora vuota bensì dichiarazione operativa. L’idea di fronte rimanda a uno spazio dove forze diverse si confrontano, non dove si risolvono univocamente i conflitti, ma dove i conflitti stessi diventano generativi. Memorie è il primo fronte di questa battaglia per rivendicare la canzone, la musica, l’arte come gesto di libertà e atto di resistenza.

Nonostante la complessità costruttiva e l’ambizione concettuale di questo primo volume, Memorie non rinuncia a un’accessibilità emotiva e comunicativa. Le melodie di Sabetti, pur inserite in cornici sonore destabilizzanti, mantengono una centralità che le rende riconoscibili pur nella loro novità. Il bilanciamento tra esperimento astratto e canzone significante rappresenta uno dei maggiori traguardi compositivi dell’opera. Non siamo di fronte a quella ricerca sonora autoreferenziale dove la complessità diviene ostacolo alla comunicazione, bensì a un’architettura dove la ricerca formale serve sempre al significato complessivo.

Con Evo Barbarico Volume 1 – Memorie, Il Ciclo di Bethe conferma quanto già percepito dall’album precedente Novecento: siamo dinanzi a uno dei progetti musicali italiani più intensi, coraggiosi e creativamente vitali dell’attualità. In un panorama dove la musica tende sempre più verso la serialità superficiale e la precarietà creativa, questo primo capitolo di un’opera tripartita rappresenta un’eccezione preziosa, una proposta che rifiuta la facilità e rivendica il potere trasformativo della forma musicale.

Il progetto non mira a sedare le contraddizioni del presente, bensì ad abitarle consapevolmente, trasformandole in materia creativa. Le Memorie di cui parla il titolo non sono nostalgia sterile di un passato irrecuperabile, ma evocazione dei tempi nei quali la musica era ancora considerata come uno strumento possibile di mutamento, di consapevolezza, di comunità. Il primo volume di Evo Barbarico, con il suo suono scabro e affascinante, con le sue scelte formali esigenti, con il sua rifiuto della compromissione mercantile, rappresenta esattamente il tipo di musica che il panorama italiano contemporaneo necessiterebbe con maggiore urgenza.

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Garofalo Massimo
Garofalo Massimo

Critico cinematografico, sul finire degli anni '90 sono passato a scrivere di musica su mensili di hi-fi, prima di fondare una webzine (defunta) dedicata al post-rock e all'isolazionismo. Ex caporedattore musica e spettacoli di Caltanet.it (parte web di Messaggero, Mattino e Leggo), ex collaboratore di Leggo, il 4 ottobre 2002 ho presentato al cyberspazio RockShock.
Parola d'ordine: curiosità.
Musica preferita: dal vivo, ben suonata e ad altissimo volume (anche un buon lightshow non guasta)

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