I Hate My Village: recensione di Nevermind The Tempo

Nevermind The Tempo è la presa di coscienza da parte degli I Hate My Village nei confronti dell'importanza del tempo, come nuova spinta ad esplorare gli angoli più trasversali dell'universo musicale contemporaneo.

I Hate My Village

Nevermind The Tempo

(Locomotiv Records)

afrobeat, psych, soul, elettronica, etno-wave

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A tre anni di distanza dalla pubblicazione dell’EP Gibbone, il supergruppo I Hate My Village torna a far vibrare la scena indipendente italiana con il nuovo album intitolato Nevermind The Tempo, edito per Locomotiv Records e anticipato dall’uscita dei singoli Water Tanks, Jim e Artiminime.

Gli I Hate My Village – dream team composto da Adriano Viterbini dei Bud Spencer Blues Explosion, Fabio Rondanini dei Calibro 35 e Afterhours, Marco Fasolo dei Jennifer Gentle e Alberto Ferrari dei Verdena – continuano a tenere vivo lo spirito creativo che anima la band sin dagli esordi, insieme a quella costante ricerca artigianale di raccordo tra passato e presente, tra incontri e improvvisazione, tra suoni e parole, che spinge ad esplorare gli angoli più trasversali dell’universo musicale contemporaneo, generando combinazioni magiche e imprevedibili.

Una visione poliritmica che ribolle nei solchi di una jam fusion naturale e istintiva, dove diversità artistiche e contaminazioni confluiscono all’interno di uno spazio ludico e ricco di stratificazioni multisensoriali, muovendosi tra vorticosa psichedelia (Artiminime) e inquiete profondità umorali (Erbaccia), distorsioni elettroniche e hard-blues lisergico, fiammate afro-garage e bacchettii di percussionismo etnico (Water Tanks), venature soul-epidermiche dalle tonalità afrodisiache (Mauritania Twist) e malinconiche colorazioni radioheadiane, sfumando il tutto nella spiritualità acustica della strumentale Dun Dun.

Così, mostrando una certa affinità con il divertissement avant-rock degli ultimi Bud Spencer Blues Explosion, gli I Hate My Village rielaborano il proprio manierismo calligrafico, proiettandosi verso sonorizzazioni e tessiture di maggior ampiezza armonica: un patchwork sonoro in cui le acrobazie tribali di Remain In Light dei Talking Heads si ricongiungono alle traiettorie cosmiche e cervellotiche dei The Smile, passando per il suadente groove “revival seventies” dei Black Keys di Turn Blue.

Per ciò che riguarda l’aspetto tematico della release, sporgendosi oltre quella stravagante spensieratezza di facciata, Nevermind The Tempo sottende, invece, una buona dose di irrequietezza e malessere emotivo, manifestandosi come presa di coscienza – critica, politica e liberatoria – nei confronti dell’importanza del tempo, nella misura in cui viviamo e realizziamo le nostre esperienze.

Quella degli I Hate My Village è, dunque, una specie di presa di posizione politica per la salvaguardia della bellezza autentica dell’imperfezione, contro l’ipocrisia di una società che impone di essere impeccabili: “Be free with your tempo, be free to yourself”, come cantava Freddie Mercury.

 

facebook/ihatemyvillage

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