Arab Strap
Half-told Tales
(Rock Action)
indie-rock
Ci sono anniversari che si celebrano con un cofanetto e una fila di date nei teatri. Gli Arab Strap hanno scelto la strada opposta. Trent’anni esatti dopo il singolo d’esordio, Aidan Moffat e Malcolm Middleton hanno deciso di festeggiare facendo l’unica cosa che davvero li diverte, cioè scrivere canzoni nuove, e lo hanno fatto senza trattenere niente. Moffat racconta che di solito da una sessione avanzano tre o quattro brani, mentre stavolta è finito dentro tutto. Il risultato è Half-Told Tales, quattordici episodi, pubblicato da Rock Action Records, l’etichetta dei Mogwai.
Per chi arriva adesso, un minimo di inquadramento serve. Moffat, voce e batteria, e Middleton, polistrumentista, crescono insieme a Falkirk e fondano il duo nel 1995, portando un’impronta artigianale dentro il rock indipendente più scontroso, in compagnia di gruppi di Glasgow come Mogwai e The Delgados. L’esordio The Week Never Starts Round Here esce nel novembre 1996 per Chemikal Underground, prodotto da Paul Savage, e all’epoca la critica accosta quella scrittura scarnificata a nomi come Slint e Smog, mentre in filigrana si intravede l’ombra dei Joy Division e, nel parlato confessionale di Moffat, la lezione di una certa canzone d’autore anglosassone, da Leonard Cohen in giù, filtrata attraverso il sarcasmo ruvido di Mark E. Smith.
Dopo lo scioglimento del 2006 e la riunione del 2016, il duo firma per Rock Action nel 2020. Arrivano As Days Get Dark nel 2021 e I’m totally fine with it don’t give a fuck anymore nel 2024: Half-Told Tales è il terzo disco della seconda vita, il nono in assoluto. La registrazione è affidata ancora una volta a Paul Savage, storico collaboratore che ha lavorato con Mogwai, Belle and Sebastian e Franz Ferdinand, negli studi Chem19.
L’apertura affidata a I Get Noise è una dichiarazione di metodo. Chitarre spesse, batteria che spacca, sassofono libero di vagare, mentre Moffat immagina di cercare silenzio e solitudine dentro un mondo che strilla. Lui stesso trova buffo il cortocircuito, cantare il desiderio di una vita tranquilla con qualcosa che urla alle spalle. È il primo indizio di un lavoro costruito per attrito, dove il senso nasce dallo scarto fra testo e arrangiamento.
Subito dopo arriva il brano che ha annunciato il disco. You You You nasce con la pulsazione di una perduta incisione italo disco, con il ritornello costruito sulla ripetizione del titolo e le chitarre di Middleton che entrano a spirale, tanto che Moffat parla di una specie di incantesimo a metà fra la pista da ballo e il metallo, pensato per far ballare e ridere allo stesso tempo. L’intenzione dichiarata è quella di un’invocazione, un modo per richiamare la speranza e la solidarietà quando sembrano introvabili. Sopra un arpeggio di sintetizzatore di scuola anni ottanta e una linea di basso distorta, Moffat canta la paura per i figli in un mondo di macelleria quotidiana.
Il terzo episodio cambia completamente temperatura. Be a Man poggia su ritmica frizzante e pianoforte delicato per ragionare di paternità nell’epoca della cosiddetta sfera maschilista della rete, e verso la fine lascia entrare il sassofono in un finale sorprendentemente tenero. È uno dei momenti in cui il disco abbassa la voce e colpisce più forte.
Fighting For You prende spunto da una frase del romanzo satirico Universality di Natasha Brown e demolisce i nazionalismi di facciata, i leader senza spina dorsale e gli imbonitori di estrema destra, con la chitarra di Middleton che rispecchia l’asprezza del tema. Moffat spiega di aver cercato un tono divertente proprio per non scivolare nel truce. Il brano procede a passo di marcia, fra percussioni battenti e chitarra acustica da coro da stadio.
Glamour Magick è forse il vertice satirico del lavoro. Il pezzo è descritto come un ritratto sarcastico, e quasi di scuola Fall, dedicato all’industria del benessere nell’era dei social. Moffat racconta che tutto è partito da piccole abitudini della mezza età, lo shampoo alla caffeina, il dentifricio sbiancante, la crema per gli occhi, e dalla domanda su quanto lontano si sarebbe spinto: denti nuovi, capelli nuovi, liposuzione, e poi quanto resta davvero di una persona. Il finale cita la Fontana della Giovinezza e la dea greca Ebe, perché il desiderio di apparire giovani non è certo un’invenzione contemporanea.
Il centro del disco alterna spinte opposte. Basic Physics pulsa con energia fisica, mentre Ampersand cresce lentamente fino a diventare enorme. Dollar Park mette in gara chitarre elettriche e sassofono, Gape affida a un disegno di chitarra molto elegante alcuni dei versi più crudi mai scritti da Moffat, Sunsong rallenta in modalità pianistica e notturna. Proprio Sunsong è il momento in cui il duo sfodera un rock venato di ballabile che qualcuno ha avvicinato all’eleganza dei Roxy Music.
Il cuore emotivo, però, è altrove. In Under Offer un eco lontana di pianoforte accompagna il racconto della visita alla vecchia casa di famiglia messa in vendita, fra ristrutturazioni di cattivo gusto e il divano su cui si giocava da ragazzini, fino alla frase finale sull’anima della casa levigata via. È la scrittura di Moffat al suo meglio, quella che trasforma un dettaglio domestico in una piccola catastrofe privata.
Perché il tema vero, sotto il travestimento da libro di fiabe, è uno solo. Moffat ammette che il titolo suona come una raccolta di racconti per bambini finché non si arriva in fondo e si capisce che sta parlando di vite finite troppo presto, di quella consapevolezza che arriva a cinquant’anni, quando ti accorgi di essere nell’ultimo terzo del percorso. Ogni brano, dice, contiene un ragionamento sul tempo e su come spenderlo finché ce n’è.
La chiave tecnica di Half-Told Tales sta nel modo in cui i due lavorano. Middleton racconta che l’entusiasmo nasce proprio dal fatto che lui e Moffat amano e detestano cose diverse, e che il disco contiene scelte che da solo non avrebbe mai fatto: non è il disco che voleva lui, probabilmente non è nemmeno quello che voleva Moffat, è il punto intermedio fra i due, e per il gruppo funziona. Da qui la convivenza fra ritmiche fluide e chitarre sanguigne, fra recitato e melodia.
Il ventaglio va dal ballabile al metallo passando per il post rock, il parlato, tocchi popolari ed elettronici, senza mai perdere un’identità riconoscibile. Middleton la spiega semplicemente: provano stili diversi, ma il risultato suona sempre come loro. E Moffat aggiunge che l’ultima cosa che volevano diventare è uno di quei gruppi da repertorio che vivono portando in giro i dischi vecchi.
Quattordici brani sono tanti, e la generosità ha un prezzo: una certa fatica nell’assorbire tutto in un colpo solo, con un’abbondanza che a tratti satura. Molte canzoni sono fra le più immediate mai incise dal duo, ma la densità complessiva rende l’ascolto impegnativo, e difficilmente il disco convertirà chi non li ha mai amati. In compenso, per chi li segue da tempo, è una delle prove più complete della loro carriera. Le pagine più riuscite restano quelle raccolte e vulnerabili, dove la nostalgia e il peso di crescere dei figli in un mondo instabile trovano parole che nessun altro scriverebbe così.
A trent’anni dal debutto, gli Arab Strap non hanno costruito un monumento a sé stessi. Hanno fatto di meglio: hanno scritto un disco che sembra urgente adesso, come se la questione fosse ancora aperta. Dal vivo il duo tocca l’Italia il 13 dicembre 2026 al Barezzi Festival di Parma, e vale la pena esserci.
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