The Church
Lacuna
(Cooking Vinyl)
dream pop, psichedelia
Lacuna, in latino, è lo spazio vuoto, ciò che manca. Titolo curioso per una band che di vuoti non ne ha mai lasciati: i The Church arrivano al ventottesimo album in studio a breve distanza da The Hypnogogue (2023) e Eros Zeta and the Perfumed Guitars (2024), il dittico narrativo che aveva segnato una nuova stagione creativa per il gruppo di Steve Kilbey. E lo fanno con un disco che il fondatore presenta come il punto d’arrivo di una vita intera. Kilbey si è detto orgoglioso come raramente gli è capitato, convinto di aver finalmente realizzato il miglior album rock di cui fosse capace, al punto da affermare che, se questo dovesse essere l’ultimo capitolo della band, sarebbe un congedo con stile. Parole che pesano, pronunciate da chi ha firmato The Unguarded Moment nel 1981 e Under the Milky Way nel 1988.
Lacuna è stato registrato nel maggio 2024 agli Arlyn Studios di Austin, in Texas, prima della tournée americana, e l’aria del Sud degli Stati Uniti filtra in più di un passaggio. La formazione è quella a sei elementi delle ultime stagioni: Kilbey alla voce e al basso, Tim Powles alla batteria e agli strumenti più disparati, Ian Haug e Ashley Naylor alle chitarre, Jeffrey Cain come polistrumentista e Nicholas Meredith alla batteria. Diciassette brani, pubblicati da Cooking Vinyl e stampati anche su doppio vinile.
Dopo le escursioni glam e progressive dei due lavori precedenti, il gruppo torna a frequentare la psichedelia arpeggiata e le inquietudini post-punk della fine degli anni Ottanta e dei primi Novanta, quelle di Starfish, Gold Afternoon Fix e Priest = Aura. Chitarre che squillano e si sfrangiano in nuvole di riverbero, arrangiamenti dilatati, il baritono di Kilbey a tenere insieme visioni e frammenti. Non si tratta però di un’operazione nostalgica: le architetture sonore panoramiche maturate negli ultimi anni restano tutte, e il passato viene riletto con l’esperienza del presente anziché ricalcato.
L’impianto del disco ha qualcosa di circolare. Si apre con Lumbini Grove, titolo che richiama il luogo di nascita del Buddha, e quasi in chiusura torna sul tema con Lumbini Theme (Slight Return), ammiccamento hendrixiano già nel nome, prima del congedo affidato a Sacred Echoes. In mezzo scorre l’immaginario esoterico e visionario che da sempre accompagna la scrittura di Kilbey, dalla mitica terra perduta evocata in The Lemurian alle traiettorie siderali di Martian Skyline e Sky River. Western, scelto come primo singolo, è una lenta deriva sognante che riassume bene il tono generale: rilassato in superficie, inquieto appena sotto.
Le vere sorprese arrivano a metà percorso. Sky And Hill è, per ammissione dello stesso Kilbey, quanto di più vicino al country abbia mai inciso: nata in un pomeriggio torrido nel giardino degli Arlyn Studios, poggia su un riff di chitarra acustica che al suo autore ricordava i Faces, con la melodia vocale che lo segue passo passo. Kilbey ci scherza su, immaginandosi cowboy alternativo, ma il brano non tradisce l’identità della band e anzi la arricchisce di una polvere desertica inattesa. All’estremo opposto c’è Forever, sbocciata da alcuni accordi che Naylor stava provando al pianoforte a coda dello studio: una ballata cupa e intensa, impreziosita da linee soliste di chiara ascendenza harrisoniana, che cresce fino a un finale drammatico e mostra un Kilbey insolito anche sul piano vocale. Non a caso è tra le sue preferite dell’intero lavoro.
Diciassette tracce chiedono pazienza, e non tutto ha la stessa forza: qualche momento di attesa avrebbe potuto essere sacrificato in nome della compattezza. Ma Lacuna è il tipo di disco che non si concede al primo ascolto e si rivela poco a poco, tra dettagli nascosti, melodie che emergono alla distanza e trame che si ricompongono a ogni passaggio. Quasi mezzo secolo dopo gli esordi, i The Church restano un punto di riferimento per generazioni di gruppi dream pop e neopsichedelici, e un suono che molti hanno imitato senza mai replicarlo davvero.
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