Queens of the Stone Age
Perfecth
(Matador Records)
rock
C’è un’idea giapponese che attraversa da cima a fondo il nono album dei Queens of the Stone Age: il kintsugi, l’arte di riparare la ceramica rotta riempiendone le crepe d’oro, così che l’oggetto ricomposto diventi più prezioso di prima. Josh Homme l’ha scelta come chiave di lettura di Perfecth, e il titolo stesso è una crepa voluta: una parola spezzata e deformata, perché la perfezione, spiega il leader, semplicemente non esiste, mentre tutto può sembrare perfecth. Una battuta che fa sorridere quando si è in compagnia, ha aggiunto, molto meno quando si è da soli.
Tre anni dopo In Times New Roman… e a un anno dal mini album dal vivo Alive in the Catacombs, Homme arriva a questo disco al termine di un periodo durissimo, fra una separazione e una battaglia per l’affidamento dei figli consumate sotto gli occhi di tutti e una diagnosi di tumore affrontata a viso aperto. Accanto a lui c’è la formazione ormai consolidata con Troy Van Leeuwen, Michael Shuman, Dean Fertita e Jon Theodore; la produzione porta la firma dello stesso Homme insieme a Shuman, mentre le registrazioni si sono spostate fra New Orleans e Los Angeles. Nove brani per poco più di mezz’ora di musica, dedicati alle diverse forme dell’amore: quello per la famiglia e per gli amici, quello che ti spezza e quello che ti rimette in piedi.
Chi si aspetta i muri di chitarre di Songs for the Deaf resterà spiazzato. Perfecth è il lavoro più raccolto e malinconico nella storia della band californiana: niente inni da pugno alzato, poca spavalderia, molta introspezione. L’apertura affidata a It’s Only Love chiarisce subito il clima, con un brano cupo e granuloso che cresce lentamente, una registrazione ambientale di un treno in sottofondo e improvvise aperture orchestrali che sono solo la prima delle molte sorprese del disco.
Insignificant Other è il vero baricentro dell’album. Seconda di appena due riprese, cattura il quintetto mentre suona libero e senza rete, ognuno attento a lasciare spazio agli altri. Ne esce un intreccio di rock, funk e disco spinto dal piano elettrico, forse il pezzo più immediato mai inciso dal gruppo, che Homme descrive come una canzone sulla distanza, su qualcuno che è il tuo mondo intero e poi svanisce nel nulla. Il vecchio piglio sfrontato riaffiora invece in Where the Goth Girls At?, riflessione sorniona sulle tante volte in cui il cantante ha sfiorato la morte, e nella conclusiva Run Away From the Mob, che si fa via via più squilibrata e rumorosa fino a chiudere il disco nel caos.
Il cuore più sperimentale sta nella parte centrale. Mono nasce da una registrazione che Homme ha realizzato da solo in casa e gioca sul passaggio dal suono monofonico a quello stereofonico, effetto di grande impatto in cuffia; le sue divagazioni quasi progressive, a metà strada fra i Blind Faith e una colonna sonora di Ennio Morricone, finiscono però per disperdersi un po’. From the Cliff è una ballata acustica dal sapore Laurel Canyon, un addio a una vecchia fiamma che in certi passaggi richiama il Paul McCartney più stralunato. Sunday è una nuova versione del brano che Homme aveva scritto con Iggy Pop per Post Pop Depression nel 2016: qui l’atmosfera è quella del David Bowie di metà anni Settanta, con un’interpretazione vocale sorprendentemente vicina al Duca Bianco e la batteria di Jon Theodore a trascinare tutto.
Easy Street, singolo che ha anticipato l’album dopo essere stato proposto dal vivo durante il Catacombs tour dello scorso anno, è probabilmente l’episodio più rivelatore: chitarra acustica, battimani intricati, un andamento quasi flamenco e le armonie della cantautrice country Nikki Lane, fino a un assolo che si gonfia in direzione Robert Fripp. L’unico vero passo falso è Phantom Limb, che a tratti suona come uno scarto dei Foo Fighters, compagni di tour negli stadi nordamericani di quest’anno.
Perfecth non possiede la grandezza epica di Rated R o Songs for the Deaf e potrebbe dividere chi resta legato al suono desertico degli esordi. È però il disco più sincero e coraggioso dei Queens of the Stone Age da parecchi anni a questa parte: il ritratto di una band che si lascia alle spalle il caos della giovinezza per approdare a qualcosa di più contemplativo, senza rinunciare ogni tanto ad appiccare il fuoco. Come nel kintsugi, le crepe restano bene in vista, ed è proprio lì che brilla l’oro.
Queens of the Stone Age – Perfecth (Versione CD)
Queens of the Stone Age – Perfecth (Versione LP)
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