Klimt 1918 – Àmor: dieci anni di silenzio, poi l’incendio

I Klimt 1918 tornano dopo dieci anni con Àmor: shoegaze e post-rock tra carnalità e malinconia romana. La recensione del quinto album su RockShock.

Klimt 1918

Àmor

(Prophecy Production)

shoegaze, post-rock, skygaze


Dieci anni possono essere un’eternità oppure, per certe band, soltanto il tempo necessario a far decantare le idee. Tanti ne sono trascorsi da Sentimentale Jugend, il monumentale doppio album del 2016 che aveva riportato i Klimt 1918 al centro della scena shoegaze italiana dopo otto anni di assenza. Oggi il gruppo romano dei fratelli Marco e Paolo Soellner, in attività dal 1999, torna con Àmor, quinto lavoro in studio pubblicato dalla tedesca Prophecy Productions: undici brani che non cercano di recuperare il tempo perduto, ma lo abitano.

Il titolo nasconde un gioco di specchi che vale come dichiarazione d’intenti: letto al contrario, Àmor diventa Roma, la città in cui la band è nata e che qui si trasforma in paesaggio interiore, lontano da ogni cartolina. Il disco ha preso forma nel silenzio e nella solitudine degli anni del distanziamento sociale, eppure i Klimt 1918 hanno scelto di rispondere all’isolamento con il suo esatto opposto: ogni canzone ruota attorno alla carnalità, all’ardore, al contatto tra i corpi, a quei sentimenti urgenti che tengono svegli la notte. Non a caso la copertina, realizzata da Serifa con la direzione artistica di Paolo Soellner, mostra un uomo che brucia nell’oscurità. Qui l’amore non consola: consuma.

Sul piano sonoro, le coordinate di sempre (shoegaze, post-rock, dream pop e qualche lontano riflesso delle radici metal) vengono ricomposte in una forma più essenziale. L’etichetta ha coniato per l’occasione il termine skygaze, uno sguardo rivolto al cielo anziché alle proprie scarpe, e la definizione coglie bene la malinconia verticale che attraversa l’album.

Ad aprire è Dream Core, titolo che è già un manifesto: voci trasognate e chitarre avvolgenti stendono subito il tappeto atmosferico su cui poggia l’intero lavoro. Segue Aventine, il singolo che ha anticipato l’uscita con un elegante video dalle atmosfere noir e che mostra il volto più introspettivo della band. Marco Soellner lo ha associato al blu cobalto, ai colori freddi della notte e alla luce lunare che filtra tra i pini marittimi d’estate, a uno sguardo solitario dalla cima di un colle sulla città addormentata. Impossibile non pensare all’Aventino e a quella prospettiva sospesa su Roma.

Il cuore carnale del disco batte però in Eros, dove il sassofono di Domenico Vellucci si insinua come un pensiero notturno e trascina il brano verso un’architettura densa di distorsioni e riverberi: è qui che il fuoco della copertina diventa tangibile, in uno dei momenti più riusciti della scaletta. Sorprende invece il brano che dà il titolo all’album, uno strumentale di meno di tre minuti fatto soltanto di chitarre che si avvolgono su se stesse, una parentesi senza parole che condensa lo struggimento dell’intero lavoro.

Attorno a questi pilastri si dispongono gli altri episodi, evocativi già a partire dai titoli: la lapidaria grafia latina di Nihil Vltra, Un Été Invincible che sembra strizzare l’occhio all’invincibile estate di Camus, Petricore con il suo odore di pioggia sulla terra secca, e poi Nexus, Arcade, Aftersun fino alla conclusiva Mountain.

Se un limite va cercato, sta proprio nella forza del disco. La compattezza atmosferica, che rende Àmor un’esperienza immersiva da ascoltare dall’inizio alla fine, rischia a tratti di stemperare le singole canzoni in un flusso uniforme, e chi cerca melodie immediate o cambi di passo improvvisi potrebbe trovarne meno di quanti ne vorrebbe. È però una scelta precisa, coerente con l’idea di un album pensato come un unico paesaggio emotivo.

Àmor non è un ritorno festante, né il tentativo di replicare la grandiosità di Sentimentale Jugend. È un disco più raccolto, che conferma i Klimt 1918 tra le voci più personali del rock italiano di respiro internazionale e dimostra che la loro malinconia, a distanza di dieci anni, non ha perso nulla della propria temperatura. Anzi, brucia ancora.

Klimt 1918 – Àmor – CD 

Klimt 1918 – Àmor – LP

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Massimo Garofalo
Massimo Garofalo

Critico cinematografico, sul finire degli anni '90 sono passato a scrivere di musica su mensili di hi-fi, prima di fondare una webzine (defunta) dedicata al post-rock e all'isolazionismo. Ex caporedattore musica e spettacoli di Caltanet.it (parte web di Messaggero, Mattino e Leggo), ex collaboratore di Leggo, il 4 ottobre 2002 ho presentato al cyberspazio RockShock.
Parola d'ordine: curiosità.
Musica preferita: dal vivo, ben suonata e ad altissimo volume (anche un buon lightshow non guasta).

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