DIIV
ZIRP!
(Fantasy Recordings)
shoegaze, pop
Il nome sembra un’onomatopea da fumetto, ma è una sigla economica. ZIRP sta per zero interest rate policy, la politica dei tassi d’interesse a zero che negli Stati Uniti ha alimentato l’esplosione delle aziende tecnologiche, da Uber a Spotify, trasformando tutti noi in utenti e lasciandosi dietro una scia di imprese fallite e lavoratori impoveriti. È da qui che partono i DIIV per il loro quinto album, ZIRP!, il disco più politico e insieme più leggero della loro carriera.
Il contrasto è voluto. Già la promozione di Frog in Boiling Water, nel 2024, aveva nascosto dietro scherzi e finti annunci una rabbia anticapitalista molto concreta, e anche stavolta Zachary Cole Smith, Andrew Bailey, Colin Caulfield e Ben Newman hanno giocato con la comunicazione: l’album è stato svelato con un misterioso numero di telefono spedito per posta ai fan, che rispondeva con messaggi in stile televendita, e nelle foto promozionali la band indossa completi da ufficio volutamente fuori moda. Il comunicato parla addirittura di un nuovo genere, la Nuova Alternativa, pensato per un decennio dominato da algoritmi, intelligenza artificiale e capitali di rischio, in cui un milione di ascolti è un buon risultato e un trilione sembra a portata di mano.
La vera notizia, però, è la produzione di A. G. Cook, fondatore della PC Music e architetto del suono di Charli XCX e Caroline Polachek. La band si era rivolta a lui con l’idea di smontare e ricostruire i provini come aveva fatto Andrew Weatherall con Screamadelica dei Primal Scream, ma Cook ha scartato subito quella strada. Ha seguito il gruppo in tour, si è appassionato al suo suono dal vivo e ha insistito per registrare la batteria vera prima ancora che molti brani fossero finiti, dedicando ore alle parti di chitarra e ai singoli pedali per effetti e il meno tempo possibile al computer. Il risultato non è un disco dei DIIV travestito da pop elettronico, ma un disco dei DIIV che finalmente punta dritto alle grandi platee.
Lo si capisce dall’apertura affidata a The Fountain, primo singolo, che unisce le distese rumorose dei dischi precedenti a una sezione di chitarre ritmiche scattante, pensata per i palchi più grandi. Dare Me è altrettanto veloce e giocosa, con la voce di Smith finalmente in primo piano, mentre Kid, accompagnata da un video girato dal figlio del cantante e da un suo amico, apre un’altra prospettiva sul lavoro. Nella seconda metà Underground introduce un andamento ritmico nuovo per la band e My Star ha una leggerezza quasi estiva, ma il riferimento principale restano i My Bloody Valentine, evidentissimi nell’incendiaria Us Against You.
I testi sono spesso furiosi. Trillions, terzo singolo, è una satira pungente dell’avidità senza freni, mentre Evangelizer evoca le grandi società della sorveglianza e della finanza in uno scenario di confusione e violenza, ribadendo però il rifiuto di ogni compromesso sui propri valori. Proprio questi due brani, fra i più vicini all’iperpop, dimostrano che la band regge anche quando le chitarre elettriche si fanno da parte. Eppure ZIRP! non è un album nichilista: sotto la superficie Smith propone una via d’uscita fatta di comunità e condivisione, forse nata dall’esperienza di aver perso la casa ad Altadena negli incendi che hanno devastato Los Angeles nel 2025 e di aver contribuito a ricostruire il quartiere.
ZIRP! è il passo più ambizioso mai compiuto dai DIIV: un disco che porta lo shoegaze fuori dalla cameretta e lo spinge verso i ritornelli da cantare a squarciagola, senza perdere la nebbia di chitarre che ha reso il gruppo riconoscibile. Qualche fan della prima ora potrebbe rimpiangere le atmosfere più rarefatte di Oshin o la cupezza di Deceiver, ma è difficile non farsi travolgere dall’energia di queste undici canzoni. Rabbioso, melodico e in fondo ottimista, è uno dei dischi alternativi più importanti dell’anno.
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