Visor Fest 2026
Valencia, Recinto marina Norte, 25 – 26 settembre
live report

Due serate alla Marina de València con Manic Street Preachers, Ride, The Damned, Ocean Colour Scene, New Model Army, Gene, The Wannadies e Hoodoo Gurus. Un cartellone di veterani che ha suonato come un discorso al presente.
Sarebbe facile archiviare il Visor Fest 2026 alla voce nostalgia. Otto gruppi nati tra la fine degli anni settanta e la metà dei novanta, un pubblico in larga parte cresciuto con quei dischi, anniversari tondi sparsi ovunque nel cartellone. Eppure le due serate di venerdì 25 e sabato 26 settembre al recinto Marina Norte, affacciato sul porto di Valencia, hanno raccontato un’altra storia. La sesta edizione del festival ha confermato una formula che è prima di tutto un’idea di ascolto: un solo palco, concerti completi senza sovrapposizioni, nessuna area riservata sotto il palco, grande cura per la resa sonora e 5.000 persone al giorno che non provocano file ai bar (con prezzi umani). Oltre sei ore di musica per sera, dalle diciotto e trenta circa fino a dopo le 2, senza riempitivi. Non una vetrina di reduci, ma una rassegna costruita perché ogni concerto venga seguito dall’inizio alla fine.
Il dato che smonta la lettura puramente nostalgica sta nelle discografie. I Ride hanno pubblicato Interplay nel 2024, i Manic Street Preachers sono arrivati in Spagna con Critical Thinking, uscito nel 2025, i Damned hanno portato in classifica nel Regno Unito Darkadelic nel 2023 e a gennaio di quest’anno hanno dato alle stampe Not Like Everybody Else, raccolta di riletture dedicata al chitarrista fondatore Brian James. I Gene, invece, sono tornati sul palco dopo oltre vent’anni di silenzio, con una data spagnola in esclusiva. Gruppi vivi, insomma, che hanno ancora qualcosa da dire e che dal vivo lo dimostrano.
Ad aprire la prima serata sono stati gli Hoodoo Gurus, al primo passaggio in tournée in Spagna. Dave Faulkner, fondatore, autore e voce, era affiancato da Brad Shepherd alla chitarra e Richard Grossman al basso, presenze storiche della formazione. Il loro rock chitarristico, che impasta jangle pop, garage, new wave e quel suono melodico da radio universitaria americana che negli anni ottanta fu uno dei volti dell’alternativo, ha retto benissimo la prova del tempo. Tojo, I Want You Back, Bittersweet e Like Wow – Wipeout hanno ricordato quanto contino ancora le loro melodie immediate, le chitarre taglienti e quell’ironia leggermente storta. Sullo sfondo, il quarantennale di Mars Needs Guitars!, uscito nel 1985 e in attesa di una ristampa doppia. Per molti spettatori spagnoli è stata una scoperta vera, per altri un ritrovamento atteso da decenni. Per dovere di cronaca, bisogna prendere la dolente nota del fatto che la band ha pagato pegno con aggiustamenti dell’impianto audio in corsa, impianto che da qui in poi s’è invece dimostrato all’altezza.
Con i New Model Army l’atmosfera è cambiata di colpo. Justin Sullivan resta una presenza magnetica, mentre Dean White alla chitarra, Ceri Monger al basso e Michael Dean alla batteria hanno suonato con quella fisicità che da sempre segna i concerti della band di Bradford. Punk, folk, post-punk, hard rock e scrittura politica convivono in un suono che non si lascia incasellare. Il momento più forte è stato 51st State: nata nel 1986 come frecciata al legame tra Regno Unito e Stati Uniti, immaginando la Gran Bretagna come cinquantunesimo stato americano, oggi la canzone si presta a letture nuove, segno che certi brani politici non scadono ma cambiano bersaglio con il mutare dei tempi.

I Damned, dal canto loro, festeggiano mezzo secolo: nel 1976 New Rose fu il primo singolo punk britannico. Dave Vanian e Captain Sensible, con il ritorno di Rat Scabies alla batteria e Paul Gray al basso, hanno attraversato una scaletta che univa gli inni delle origini come Neat Neat Neat e la stessa New Rose a pagine come Machine Gun Etiquette, I Just Can’t Be Happy Today e History of the World (Part 1), fino alla loro versione di White Rabbit dei Jefferson Airplane. Cinquant’anni dopo, la band che ha contribuito a inventare il punk e poi a disegnare i contorni del rock gotico suona ancora come un organismo in movimento, non come un monumento.
La chiusura della serata spettava agli Ocean Colour Scene, impegnati a celebrare i trent’anni di Moseley Shoals, il disco del 1996 diventato uno dei pilastri chitarristici dell’epoca britpop. Simon Fowler, Steve Cradock e Oscar Harrison hanno messo in fila You’ve Got It Bad, The Riverboat Song, The Circle e l’inevitabile The Day We Caught the Train, con il loro intreccio di radici mod, soul, folk rock e grande scrittura britannica. È stato il momento più dichiaratamente legato al ricordo dell’intero fine settimana, ma la risposta del pubblico, in riva al Mediterraneo, con attraccato al molo di fianco l’arena un battello di Green Peace, diceva che quelle canzoni funzionano ancora, al di là della memoria di chi le ascolta.
Il sabato si è aperto con la luminosità contagiosa dei The Wannadies, ideali per accendere la serata prima che il festival si spostasse verso territori più scuri e muscolari. Poi i Gene, una delle presenze più preziose del cartellone per chi ama l’indie britannico. Martin Rossiter è un frontman di razza: sempre in movimento, fisico, capace di nutrirsi della reazione della platea. Nessuna sensazione di rimpatriata di circostanza: i brani sono arrivati con convinzione piena, come se quei vent’anni di separazione non fossero mai passati.

Il vertice del fine settimana lo hanno toccato i Ride. Il suono della band di Oxford, fatto di stratificazioni chitarristiche, tessiture psichedeliche e spinta ritmica, all’aperto ha acquistato una forza quasi fisica. Mark Gardener (che ormai somiglia a Max Pezzali), Andy Bell e Steve Queralt, nucleo originale del gruppo, hanno suonato senza Loz Colbert, assente per le date spagnole e sostituito da un altro batterista. Accanto ai classici dei primi anni come In a Different Place, Vapour Trail, Twisterella e Leave Them All Behind, la scaletta ha dato spazio al presente: Future Love, dal ritorno discografico di This Is Not a Safe Place, e soprattutto Monaco e Peace Sign, tratte da Interplay. Ed è qui che la tesi della nostalgia crolla del tutto: i brani recenti non hanno abbassato la tensione, l’hanno sostenuta. Il suono nato oltre trent’anni fa, dal vivo, resta ampio, avvolgente e sorprendentemente attuale.
A chiudere il festival sono stati i Manic Street Preachers, con un palco (finalmente!) arricchito di luci aggiuntive e un finale carico di significato. L’ultimo brano è stato If You Tolerate This Your Children Will Be Next, il successo del 1998 ispirato alla Guerra civile spagnola e in particolare a un manifesto repubblicano del 1938 che mostrava la fotografia di un bambino ferito, con un monito rivolto all’opinione pubblica britannica: chi tollera il fascismo ne vedrà le conseguenze ricadere sulle generazioni future. I gallesi hanno un legame diretto con quella storia, perché dal Galles partirono volontari per le Brigate Internazionali, alcuni dei quali non fecero ritorno. Ascoltare quel ritornello cantato in coro da migliaia di persone in Spagna, quasi novant’anni dopo i fatti che lo hanno ispirato, ha dato alla canzone una risonanza che nessun disco può restituire. Altro che operazione nostalgia: è stato il momento politicamente più attuale dell’intero festival.
Il Visor Fest 2026 ha funzionato perché ha capito una cosa semplice: la memoria regge solo se la musica è ancora viva. In due serate si sono alternati jangle pop australiano, post-punk politico, punk delle origini, britpop, power pop svedese, neopsichedelia e rock gallese. Alcuni gruppi celebravano dischi fondamentali, altri lunghe carriere, altri ancora rientravano dopo anni di assenza. Il filo comune non era l’età, ma la qualità della scrittura e la volontà di misurarsi con il presente.
Dopo un’edizione 2025 che aveva portato a Valencia The Lemonheads, Happy Mondays, Echobelly e Buffalo Tom, il festival conferma una linea coerente e riconoscibile, che fa della città una tappa sempre più rilevante del circuito internazionale per il repor dell’edizione 2024, tenutasi a Murcia, leggi qui). Chi ha vissuto gli anni Ottanta e Novanta ha ritrovato canzoni legate a luoghi, amicizie e stagioni della propria vita. Chi è arrivato dopo ha potuto capire, dal vivo, perché queste band hanno contato. E tutti hanno assistito a qualcosa che con la semplice rievocazione aveva poco a che fare: rock suonato forte, a lungo e con convinzione, in riva al Mediterraneo.
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