UltraBomb: recensione di Time To Burn

Il supergruppo UltraBomb - formato da Finney McConnell, Jamie Oliver e Greg Norton - manda alle stampe il suo album d'esordio Time To Burn, rievocando suoni e atmosfere del classic rock britannico e dell'alternative rock statunitense.

UltraBomb

Time To Burn

(DC-Jam Records)

hardcore punk, alt-rock, lo-fi, garage rock, power rock, jingle-jangle

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Il supergruppo UltraBomb – formato da Finney McConnell (voce e chitarra dei Mahones), Jamie Oliver (batterista degli UK Subs) e Greg Norton (bassista degli Hüsker Dü) – manda alle stampe il suo album d’esordio intitolato Time To Burn, edito per DC-Jam Records e anticipato dall’uscita del singolo Stickman vs Hangman.

La band ha, però, dovuto rinviare l’imminente tour in programma negli Stati Uniti e le date previste nel Regno Unito a causa delle condizioni di salute di Greg Norton, il quale, soltanto di recente, ha scoperto di essere affetto da tumore alla prostata. La notizia è arrivata per mezzo dei canali social dello stesso Norton. Per sostenere le spese mediche, Jamie Oliver – insieme ad altri amici e conoscenti – ha lanciato una campagna di crowdfunding.

Le undici tracce di Time To Burn – registrate in quel di Berlino in soli quattro giorni, tra cui la trascinante cover di Sonic Reducer dei Dead Boys – si condensano in quella formula collaudata do-it-yourself di raccordo tra rumore comburente e melodie ossigenanti; elementi complementari che si infiammano all’interno di una comfort zone revivalista fatta di ritmiche solide e fragorose, riff power-rock ariosi e rinvigorenti, accelerazioni diesel, stralunate plettrate jingle-jangle, virtuosismi solistici blues & roll e l’esuberanza di quel folk & roll di geolocalizzazione irlandese.

Con pochissimo tempo a disposizione per assemblare i vari brani della release, gli UltraBomb sono riusciti a generare uno schema compositivo dal sound semplice, diretto, dirompente e, tutt’oggi, fresco e accattivante, rievocando quel robusto crescendo emozionale che affonda le proprie radici nel calligrafismo narrativo di una scena musicale alternative che – alla fine degli anni ’80 – aveva forgiato nuove identità, rivolgendosi a un differente bacino d’utenza.

Se da una parte troviamo una percentuale d’ispirazione dettata da realtà iconiche del classic rock (ad esempio, nella canzone Super Hero Shit si possono intercettare chiare allusioni al main riff di Communication Breakdown dei Led Zeppelin ed echi di Born to Be Wild degli Steppenwolf, ma eseguiti in modalità fast forward), dall’altra c’è, invece, maggiore aderenza alla lezione seminale dell’hardcore punk e dell’alt-rock statunitense: Hüsker Dü, Lords, Dinosaur Jr., The Who, R.E.M., U2, The Cult, Replacements, Mission Of Burma, gli Sugar di Bob Mould e Bad Religion.

Così, gli UltraBomb – con quel pizzico di orgoglio boomer che contraddistingue i rappresentanti della vecchia guardia – si inoltrano attraverso questa itinerante e nostalgica retrospettiva dedicata alle decadenti e trasognate sfaccettature del rock pre-globalizzazione, tra l’euforica espansione strumentale di sonorità e atmosfere incendiarie e un’introspezione vocale che sembra provenire dalle retrovie, come un urlo soffocato dal torpore digitale della contemporaneità.

 

L’artwork di Time To Burn – raffigurante l’immagine di una bambina dal look fashion in posa per un selfie, mentre dietro di lei si sta consumando lo scenario apocalittico di una catastrofe nucleare – focalizza appieno la direzione etica della società moderna e l’evoluzione (se così si può chiamare) della comunicazione di massa, insieme a tutti gli interrogativi esistenziali che ne conseguono.

Un’aspra critica rivolta contro una cultura populista sempre più cinica, iperconnessa, polarizzante, violenta, ossessionata dalla smania di dover stare visibilmente nel mondo e sottomessa alle contraddizioni effimere del conformismo, al terrorismo psicologico veicolato dai mezzi d’informazione, da cui derivano distorsioni cognitive, revisionismo storico, intolleranza verso tutto ciò che è diverso (Fear Your Gods) e false ideologie: “I vostri Dei non vi salveranno, ma pensate che sarà così, quando sarà proprio la vostra stessa fede cieca a uccidervi.”

Mentre Star, brano sentimentale e salvifico dai riflessi beatlesiani, ci consegna quell’intimo passaggio che Greg Norton dedica a sua figlia Coco, rivolgendosi ai suoi sogni, al suo futuro, nonostante la deriva conservativa del presente, Stickman vs Hangman – nel suo andamento new wave che a tratti ricorda gli U2 di I Will Follow – ruota intorno a quel paradosso di ruoli, simbiotico e antitetico, che connette l’illusione di essere liberi e il sistema di controllo dettato dalle regole dell’omologazione.

Time To Burn è, dunque, una lente d’ingrandimento sull’involuzione dialettica ed emotiva di un’attualità che, da un lato, rimette in discussione tutto quello che abbiamo costruito finora, e dall’altro ha smesso di dare il giusto peso alla qualità del tempo impiegato per ciò che è veramente importante.

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