Thomas Frank Hopper: recensione di Paradize City

C’era molta attesa per il nuovo lavoro di Thomas Frank Hopper, musicista belga legato con un filo indissolubile a musicisti del periodo d’oro come Jimi Hendrix, Cream e Blue Cheer.

Thomas Frank Hopper

Paradize City

(Vrec)

rock, blues

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C’era molta attesa per il nuovo lavoro di Thomas Frank Hopper, musicista belga legato con un filo indissolubile a musicisti del periodo d’oro come Jimi Hendrix, Cream e Blue Cheer.

Dopo aver realizzato un album di razza quale Bloodstone, il chitarrista si è ripetuto con questo Paradize City, un disco che farà sicuramente felici tutti gli amanti del rock tradizionale e di quelle band moderne come Rival Sons o Dirty Honey.

Le canzoni, come è giusto che sia per un tipo come lui, sono suonate alla vecchia maniera e hanno chiaramente una struttura ben consolidata.

Riff possenti, cantato soddisfacente, ritornelli immediati, soli chitarristici di rilievo e finale stereotipato: insomma, è tutto come programma, ma chiaramente ben eseguito.

Ci sono brani che hanno un appeal immediato, come l’opener Troublemaker o la successiva Tribe che si caratterizzano per la loro facile orecchiabilità. Le strutture possono anche cambiare in corso d’opera, vedi Dog In An Alley, ballata acustica di stampo zeppeliniano che risulta una perla assoluta e che andrebbe fatta ascoltare alle nuove generazioni per far capire loro come si scrive una canzone di qualità senza scadere nel plagio.

Un tuffo negli anni sessanta (ogni riferimento ai Doors e allo Spencer Davis Group è “puramente casuale”) si nota nella lisergica Chimera, mentre Back To The Wild è un blues torrido come pochi, caratterizzato da un grande riff e da un hammond che fa da nobile sottofondo al tutto.

La titletrack, invece, ci riporta ai primi lavori dei Rival Sons o anche alle produzioni underground che provengono dalla Gran Bretagna, con la qualità che viene sempre messa in primo piano, perché chi ascolta deve essere conscio che una canzone, per essere definita bella, ha l’obbligo di essere ricordata, anche a distanza di molti anni da quando è uscita.

Nel finale non ci sono momenti di stasi. Il livello del songwriting resta più che soddisfacente grazie al blues di Crossroads e all’ariosità di Boundless che certificano la bravura di un artista che si sta facendo apprezzare in Italia e che non dovrebbe avere problemi a farsi conoscere anche in tutto il resto del mondo. Si può, dunque, affermare che il temuto esame del secondo disco è stato superato a pieni voti da Thomas Frank Hopper.

 

https://www.thomasfrankhopper.com/

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Francesco Brunale
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