Vetrozero: Temo solo la malattia

Dal palco dell’Heineken Jammin’ Festival all’album d’esordio il passo è (più o meno) breve. Dodici brani intrisi di pop/rock per dimostrare al mondo intero di avere dentro il sacro fuoco della musica

Vetrozero

Temo solo la malattia

(Cd, Vrec/Azzurra)

pop, rock

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Vetrozero- Temo solo la malattiaI Vetrozero sono una band triestina attiva dalla fine degli anni ’90, decennio decisamente prolifico per la musica italiana. Bisogna aspettare il 2010, però, prima che il quartetto si faccia notare per qualcosa di più di un semplice Ep e qualche partecipazione ad alcune compilation. E’ proprio in quell’anno infatti che lo staff di Rock TV li sceglie come finalisti del contest targato Heineken Jammin’ Festival e gli permette di esibirsi sullo stesso palco di Skunk Anansie e Ben Harper. Il resto è tutto contenuto in Temo solo la malattia, il loro album d’esordio.  

Dodici canzoni nate nel tempo, sapientemente lasciate a decantare, rimaneggiate e modellate fino a raggiungere la forma ideale: un pop rock curato nei minimi dettagli, dai testi (auto)biografici fuori dagli schemi. Brani che non temono la contaminazione, pur non abbandonando mai in realtà l’impostazione melodica di base.

Sono proprio queste ‘deviazioni’ dal tranquillo sentiero del pop a fare la differenze. Penso a  Il mostro, primo singolo estratto, che è un esempio dell’aspetto più rock, oppure a Soffiando contro vento, il cui testo e struttura compositiva ricordano degli embrionali Marlene Kuntz.

Degne di nota anche le atmosfere più rarefatte di pezzi come Ultra Intro e Solubile, che per altro registra la partecipazione di N.A.N.O., leader dei C.O.D., gruppo di pregio della scena rock nostrana. Si chiude questa palette di sonorità con una Ninna Nanna, classica canzone d’amore che convince (come d’altronde tutto l’album) a livello di suoni, ma un po’ meno per quanto riguarda il cantato, poco espressivo e audace.

Sin dalle prime note risulta chiaro l’attento lavoro fatto sui suoni e la cura prestata alla melodia, così come la volontà, nella stesura dei testi, di discostarsi dalla banalità che da troppo si è impossessata della ‘commerciabilità’ della musica nostrana. Ma un po’ di spontaneità ed emozionalità in più non guasterebbe.


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Simona Fusetta
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