Tears For Fears: recensione di The Tipping Point

Dopo 17 anni i Tears For Fears tornano con The Tipping Point, un album intimo ed elegante, che non suona come un semplice tentativo di rinverdire i fasti del passato.

Tears For Fears

The Tipping Point

(Concord Records)

pop, rock, elettronica

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Tears For Fears The Tipping Point recensioneQuando due musicisti del calibro di Roland Orzabal e Curt Smith annunciano al mondo che stanno lavorando a un nuovo album insieme, riportando in vita il marchio Tears For Fears dopo mille vicissitudini e soprattutto dopo così tanto tempo, beh, è inevitabile che l’aspettativa sia grande.

Ma se da un lato cresce l’attesa per capire che direzione prenderà la loro musica, dall’altro lo spettro della mossa commerciale aleggia come una presenza incombente. Riusciranno nell’impresa di pubblicare un disco degno della loro fama o cercheranno semplicemente di rinverdire i fasti del passato?

Dopo anni passati in studio con vari produttori nella speranza di dare vita a un suono più contemporaneo, che strizzasse l’occhio alla moderna elettronica, i Tears For Fears hanno semplicemente deciso di chiudersi in una stanza con le chitarre per vedere che cosa ne poteva venir fuori. Con qualche manciata di pezzi, ma senza una direzione chiara da dare al loro lavoro, è nata così No Small Things, brano di apertura di The Tipping Point, una sorta di ballad folk à la Dylan che ha messo finalmente ordine nel caos.

A partire dalla title track, appare chiara non tanto la direzione artistica, quanto il sottobosco privato e sociale che ha spinto il duo di Bath a scrivere queste canzoni. Pur non essendo un concept album, la morte della moglie di Orzabal e tutte le emozioni connesse a un tale evento sono l’elemento cardine del loro songwriting. Da The Tipping Point a Please be happy, la perdita e il dolore legato al veder spegnersi giorno dopo giorno una persona che è parte della tua vita fin dall’adolescenza vengono raccontati e condivisi in una sorta di processo di auto-guarigione.

 

Non solo vicende personali, ma anche l’espressione di quanto è accaduto nel mondo in questi ultimi anni, come ad esempio i movimenti #MeToo (a questo proposito vedasi Break the man, che invoca l’uguaglianza tra uomo e donna) e Black Lives Matter.

Una scrittura di spessore, contenuti di una certa levatura e tuttavia il risultato non è greve né pesante. Un sapiente mix di pop, rock ed elettronica, con qualche pezzo più radiofonico (My Demons) e qualche altro decisamente più valido (Master Plan ed End of Night), con una sorpresa sul finale, una versione remixata di Stay, già comparsa nel greatest hits del 2017 e che parla di quando Smith pensava di lasciare la band perché non sentiva più sua la direzione che si stava seguendo.

The Tipping Point è un disco intimo e sincero, elegante e curato che non pretende di ridare vita a un passato che non esiste più. Ma che denota maturità e accettazione, trasformando il dolore in un’esperienza liberatoria capace anche di dare gioia. E in questo, la maestria di questi due artisti è rimasta immutata negli anni. Cosa che solo le vecchie glorie possiedono.

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Simona Fusetta
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