Pearl Jam: Backspacer

Meno incazzato, meno suonato, meno ispirato, forse fin troppo orecchiabile. Per la serie: abbiamo già dato. I Pearl Jam avranno già finito la benzina?

Pearl Jam

Backspacer

(Cd, Universal)

rock

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pearljam_backspacer_coverCapita che si debba recensire con obiettività dischi di gruppi che dopo 18 anni di attività sfornano ancora canzoni cercando di resistere alle tendenze, alle mode, al business, alla visibilità a tutti i costi. I Pearl Jam di tutto questo se ne sono sempre sbattuti ampiamente le balle e hanno fatto la loro musica senza essere mai condizionati dai giudizi altrui.

Atteso il nono album in studio come fosse l’apertura dei regali di Natale, non è facile rimanere imparziali verso una band da sempre ammirata per la sua onestà compositiva, consapevoli che un artista matura nel corso del tempo, sviluppando nuovi sound e che magari riesce a stancarsi del suo ruolo di star di rottura. E quando il disco delude le aspettative, si ha il timore di scriverne male.

A detta di Vedder questo Backspacer è un album dove i moniti contro i potenti della politica e le ingiustizie sociali lasciano spazio alle parole spese verso le persone più care e ai pensieri più personali. Sono stati d’animo introspettivi e carezze amorevoli cantate in brani come The End o Just Breathe a caratterizzare il disco, spesso con la semplicità di una chitarra acustica presa in prestito dalla colonna sonora di Into The Wild.

La partenza dell’album a dire il vero è persino esaltante, con i quattro brani Gonna See My Friend, Got Some, The Fixer e Jhonny Guitar che apparentemente sembrano derivare dal disco di tre anni prima, l’omonimo Pearl Jam o anche chiamato “Avocado” per via della copertina, scatenando ritmi scalmanati con chitarre distorte e i su e giù di Ament e Cameron, ma i brani successivi sembrano decisamente fiacchi e senza un’evoluzione dalla base compositiva iniziale.

Brendan O’Brian è tornato a dirigere l’orchestra dopo Yeld con il risultato di un disco sì diretto, ma dalle sonorità disimpegnate. Sembra che per un periodo abbia addirittura fatto suonare la band senza Eddie per far uscire da loro una creatività differente, e successivamente Vedder ha riarrangiato i pezzi. Se fosse così, è chiaro come ormai i PJ abbiano perso l’ispirazione che ha permesso la nascita di un capolavoro come Vitalogy e si sta continuando a girare attorno alle stesse sonorità e gli stessi riff da una decina di anni.

Il tutto dura meno di 37 minuti per 11 brani, eppure McCready recentemente ha dichiarato che dalle sessioni di Backspacer verrano riesumate il prossimo anno altre canzoni, si presume per una riedizione del disco o un Ep più che a riempire il decimo album. C’era altro materiale, ma non ci hanno lavorato sopra, ed è un peccato perché a mia detta il disco risulta effettivamente incompleto.

Non mi aspetto più ovviamente gli assoli selvaggi di Even Flow ma qui Gossard non si esalta affatto. Ad ogni modo il disco è andato benissimo la prima settimana di uscita tanto da finire primo su Billboard, merita comunque l’ascolto non solo per quello che sanno dare sul palco.

 

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Luca Paisiello
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