Nicol Bana: recensione di Avanziamo la notte con passo preciso e insicuro

Nicol Bana con Avanziamo la notte con passo preciso e insicuro firma uno degli esordi più convincenti della scena sperimentale elettronica italiana recente, un album che trasforma l'incertezza in poetica e il DIY in estetica raffinata.

Nicol Bana

Avanziamo la notte con passo preciso e insicuro

experimental, elettronica


Nicol Bana firma con Avanziamo la notte con passo preciso e insicuro uno degli esordi più convincenti della scena sperimentale elettronica italiana recente, un album che trasforma l’incertezza in poetica e il DIY in estetica raffinata.

Nove tracce dove la voce processata dialoga con forbici, catene, navi e venti campionati, costruendo paesaggi sonori che oscillano tra fragilità organica e rigore sintetico. Il lavoro dimostra come l’elettronica d’avanguardia italiana possa trovare una propria identità linguistica, usando l’italiano come materiale poetico diretto e il processo creativo come parte integrante del risultato.

Prodotto in tre anni nella dimensione casalinga dello studio di Salò, con la collaborazione finale di Alberto Marani (Abo Authoma) per mix e mastering, il disco rappresenta l’evoluzione naturale dopo l’EP La Maieutica del 2021, che aveva già ricevuto riscontri positivi e spinto la polistrumentista bresciana verso un lavoro più corposo.

La scelta di non distribuire l’album su Spotify sottolinea un’attitudine che rifiuta le logiche commerciali convenzionali, posizionando Bana accanto a figure come Rosso Polare, Lumisokea e Ciro Vitiello nel panorama dell’elettronica indipendente italiana.

Il titolo dell’album e della traccia d’apertura deriva dal palindromo latino in girum imus nocte ecce et consumimur igni – giriamo in tondo nella notte ed ecco che siamo consumati dal fuoco. Questa antica formula diventa chiave interpretativa per un disco ossessionato dal movimento circolare, dall’avanzare che è anche ritorno, dalla precisione che coesiste con l’incertezza. Bana stessa ha dichiarato che il brano d’apertura racchiude l’intenzione estetica dell’intero lavoro, dove sonorità sintetiche nascono da suoni concreti o si relazionano con essi. Il respiro che apre la composizione viene trasformato attraverso un algoritmo di sintesi granulare, stabilendo immediatamente il territorio d’indagine: il corpo come fonte primaria del suono, la tecnologia come strumento di trasfigurazione. I riferimenti filosofici a Byung-Chul Han e il suo L’espulsione dell’Altro, insieme alle citazioni poetiche di Ghiannis Ritsos e Édouard Glissant, suggeriscono un’urgenza che va oltre il puramente musicale. L’album interroga la relazione tra sé e alterità, tra presenza e assenza, tra il dire e il tacere.

La dimensione produttiva di Avanziamo la notte è inseparabile dal suo significato artistico. Buona parte dei campioni di oggetti e ambienti sono stati suonati e manipolati in diretta durante le registrazioni, un metodo che riflette una concezione della musica come esperienza intima, istintiva e totalizzante. Il gesto performativo conta quanto il risultato finale, trasformando lo studio casalingo in spazio di sperimentazione libera dove creazione, errore e intuizione coesistono fluidamente. Questo approccio distingue Bana dalla tradizione dell’elettronica da laptop, riportando la fisicità al centro del processo creativo.

I field recording di catene, forbici e navi non sono semplici ornamenti texturali ma elementi strutturali che dialogano con synth ed elettronica, creando quella che la musicista definisce un’estetica tra elettronica e avant-pop. La voce, processata in ritmi e paesaggi sonori attraverso algoritmi di manipolazione digitale, perde la sua funzione narrativa tradizionale per diventare materiale plastico, modulabile, portatore di senso attraverso il timbro più che attraverso la parola.

L’italiano poetico ma diretto scelto da Bana per i testi rappresenta una scelta controcorrente in un panorama sperimentale spesso anglofono. Brani come Cantico e Cantoria evocano una dimensione liturgica laica, dove la ripetizione e la stratificazione vocale creano stati ipnotici. Affermare una danza costruisce ritmi sincopati da oggetti percussivi campionati, mentre Corpo-cielo esplora la tensione tra peso corporeo e aspirazione all’immaterialità. La traccia Nella lingua delle navi è forse il momento più radicale, dove i campionamenti di ambienti portuali e strutture metalliche diventano linguaggio autonomo, quasi prescindendo dalla componente vocale. La ferocia di ogni giorno affronta invece la violenza sottile del quotidiano con distorsioni che lacerano la superficie sonora, prima che Giorno chiuda il cerchio con una luminosità ambigua, né risolutiva né consolatoria.

Il richiamo a Mica Levi, Laurel Halo e Juana Molina presente nei materiali promozionali non è semplice name-dropping ma indica precise coordinate estetiche. Come Mica Levi, Bana utilizza oggetti trovati e strumenti non convenzionali per generare materiale sonoro, applicando però un’attitudine meno punk e più meditativa. L’approccio di Levi ai film score, dove il minimalismo orchestrale incontra la distorsione elettronica, trova eco nella costruzione architettonica dei brani di Bana, dove ogni elemento occupa uno spazio definito ma precario.

Il riferimento a Juana Molina è forse il più profondo. Come la musicista argentina, Bana costruisce architetture sonore attraverso layering progressivo e tecniche di loop, creando tappeti ipnotici che evocano tanto il folklore quanto la sperimentazione elettronica più avanzata. Molina descrive il suo processo come cattura di improvvisazioni notturne in stati semi-coscienti; Bana sembra operare in dimensione analoga, privilegiando l’intuizione sul calcolo razionale. Entrambe condividono l’idea dello studio come spazio fluido dove la perfezione tecnica è meno importante della freschezza del gesto. Tuttavia, dove Molina fonde tradizione folklorica argentina con elettronica, Bana parte da un territorio più urbano e industriale, con campionamenti che evocano porti, fabbriche, meccanismi. Il risultato è un’elettronica meno calda e organica, più metallica e spigolosa, che riflette forse la geografia della Lombardia industriale più che le distese della pampa.

Per contestualizzare adeguatamente il lavoro di Nicol Bana occorre mappare la scena sperimentale elettronica italiana contemporanea, oggi in fase di straordinario fermento. Dopo decenni di sottorappresentazione internazionale, il 2024 ha segnato una svolta con artiste come Caterina Barbieri che curano la Biennale Musica di Venezia, mentre festival come il ROBOT di Bologna si confermano piattaforme europee di primo piano. Bana si inserisce in una costellazione di artiste che condividono approcci simili: il duo milanese Rosso Polare lavora con field recording improvvisati e una dimensione acustica spettrale; Lumisokea fondono campionamenti ambientali con gamelan preparato e sintetizzatori vintage; Gaia Banfi costruisce climax emotivi attraverso arpeggi synth notturni. La prossimità geografica con la scena bresciana-bergamasca, storicamente fertile ma meno visibile rispetto ai poli di Milano, Bologna e Roma, rende il lavoro di Bana ancora più significativo come affermazione di un’identità locale dentro dinamiche globali.

Avanziamo la notte con passo preciso e insicuro convince per coerenza interna e maturità compositiva, qualità non scontate in un album d’esordio. La capacità di Bana di mantenere tensione narrativa attraverso nove tracce senza ricorrere a strutture canzonettistiche tradizionali dimostra sicurezza autoriale. Alcuni momenti mostrano fragilità: certi passaggi di Fame risultano dispersivi, e la transizione tra Cantoria e Affermare una danza potrebbe beneficiare di maggiore nettezza. Tuttavia, queste imperfezioni contribuiscono paradossalmente all’estetica complessiva del disco, che celebra il processo più che la perfezione levigata. L’album funziona meglio quando ascoltato integralmente, come suite continua piuttosto che collezione di brani isolati. Le singole tracce acquistano significato nel contesto dell’insieme, una scelta che richiede disponibilità all’ascolto attento ma che premia con ricchezza di dettagli e profondità emozionale.

Il lavoro di Alberto Marani al mix e al mastering merita riconoscimento particolare. Riuscire a bilanciare elementi così eterogenei – voci processate, field recording, sintesi elettronica, campionamenti di oggetti – mantenendo chiarezza senza sacrificare la rugosità intenzionale è sfida non banale. Il suono risulta denso ma mai confuso, spazioso ma mai dispersivo. La gamma dinamica preserva sia i momenti più rarefatti che le esplosioni distorte, permettendo all’ascolto domestico di rivelare stratificazioni che potrebbero emergere solo dopo ripetute esposizioni.

Quello che rende Avanziamo la notte con passo preciso e insicuro un lavoro rilevante per la scena elettronica sperimentale italiana non è solo la qualità tecnica o la raffinatezza compositiva, ma la capacità di articolare un’identità sonora riconoscibile senza ripiegare su citazionismo o mimesi. Nicol Bana dimostra che esiste spazio per un’elettronica che parla italiano non solo linguisticamente ma anche concettualmente, radicata in una geografia specifica – quella dei laghi lombardi, delle fabbriche, dei paesaggi post-industriali – senza rinunciare ad ambizioni universali.

Il palindromo del titolo promette un ritorno, un movimento circolare. Se questo disco rappresenta il punto di partenza del cerchio, sarà interessante osservare dove condurrà il passo successivo di Bana, preciso e insicuro come dev’essere ogni autentica ricerca artistica.

Bandcamp

https://www.facebook.com/nicolbanamusica

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Garofalo Massimo
Garofalo Massimo

Critico cinematografico, sul finire degli anni '90 sono passato a scrivere di musica su mensili di hi-fi, prima di fondare una webzine (defunta) dedicata al post-rock e all'isolazionismo. Ex caporedattore musica e spettacoli di Caltanet.it (parte web di Messaggero, Mattino e Leggo), ex collaboratore di Leggo, il 4 ottobre 2002 ho presentato al cyberspazio RockShock.
Parola d'ordine: curiosità.
Musica preferita: dal vivo, ben suonata e ad altissimo volume (anche un buon lightshow non guasta)

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