LÜT
s/t
(Indie Recordings)
punk, rock
Dopo l’ultima prova discografica Mersmak (2021), i LÜT tornano con un nuovo lavoro che porta semplicemente il nome della band. L’album è stato anticipato dal singolo Fokk D, un brano dall’intro accattivante e dal groove di chitarra che lascia intuire sonorità crude e dirette. Appena attacca la batteria, nello spazio di pochi secondi, si capisce che la direzione del pezzo sarà quella di un punk dalle venature soft thrash, sostenuto da riff energici e dalla voce di Mads Erlend Ystmark, capace di un cantato dai toni bellicosi e sfrontati. Notevoli i cori nel ritornello, con l’assolo suonato da Ørjan a dar manforte alla sezione ritmica.
Opp Nedd si presenta con una massiccia dose di chorus nell’arpeggio iniziale, quasi a riportarci indietro di una quarantina d’anni – gli anni ’80 – quando molti chitarristi rock, e non solo, ne facevano un uso smisurato. La canzone ha un approccio melodico e un incedere quasi da ballad, per poi esplodere in un refrain caldo e sostenuto, quando la voce canta: Opp og ned i det siste / En tvist og æ miste det igjen…
Un’impronta pop attraversa corde vocali e strumentali, arricchendo il tutto e rendendolo decisamente piacevole all’ascolto.
Si arriva a un momento spiazzante dell’album con Komfortsona: oltre ai quattro quarti della batteria iniziale e all’attacco chitarristico dai vaghi sapori stoogesiani, si avverte un sottofondo quasi robotico nella parte vocale che precede il ritornello, consegnando al brano un breve retrogusto elettronico. Nel complesso sono due minuti e cinquantasette di piacevole pop-punk, che ha ben poco da invidiare alle scuole d’oltreoceano.
Si passa quindi a Guro, sesto brano dell’album, che comincia con una chitarra ruvida e tagliente, subito amalgamata al ritmo spedito della batteria. È un pezzo veloce, l’urlo di Mads non lascia spazio a incertezze: rabbia allo stato puro, a servizio di un testo che suona come un vero j’accuse verso chi pensa di detenere la verità assoluta e si sente una guida (guru, appunto), ignorando l’opinione degli altri.
L’inizio folkeggiante, con i passaggi al mandolino di Perfekte Liv, regala un breve momento di leggerezza, che dura però lo spazio di pochi istanti: l’impatto delle chitarre distorte e la potenza del suono complessivo riportano subito coi piedi per terra, ricordandoci che i ragazzi di Tromsø non credono alla vita perfetta ottenuta a suon di chiacchiere.
Bindingstid på livstid rivela invece un’anima quasi shoegaze: le chitarre si fanno più dilatate, le voci eteree, pur mantenendo intatta l’urgenza espressiva del punk. La tensione emotiva resta alta, ma viene alleggerita dai cori collettivi, che sembrano cucire insieme rabbia e catarsi in un unico gesto.
LÜT si chiude con Karosellen: l’intro scandisce una ritmica electro, immediatamente sostituita da un suono che ricorda un metronomo martellante, sovrastato da un riff di chitarra, prima che parta la canzone vera e propria e con essa la consueta deflagrazione sonora a cui l’intero album ci ha abituati.
In conclusione, l’ultima fatica del gruppo nordico conferma un progetto solido e molto interessante, sostenuto da una produzione capace di affermare una precisa identità e una chiara volontà di occupare uno spazio importante nella scena punk rock, ben oltre i confini della propria realtà di provenienza.
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