Social Distortion
Born To Kill
(Epitaph Records)
punk, rock, country, power pop
Per la band di Mike Ness e soci si tratta dell’ottavo album, un tassello che arricchisce una carriera costellata di soddisfazioni e di un impegno costante nel mantenere alta la bandiera di quel punk rock che — contrariamente a quanto si dice — non è mai morto.
Born To Kill è il successore di Hard Times and Nursery Rhymes (coi titoli non hanno mai lesinato, evidentemente…) e, dopo quindici anni di attesa, le aspettative non potevano che essere elevate: sia da parte dei fan, costretti a una lunga pausa, sia da parte della stampa, pronta a scaldare le penne.
La title track Born To Kill apre il disco con un riff che chiarisce subito che la “risma” non l’hanno persa. Sono tre minuti e cinquantuno di punk e rock’n’roll old school, come solo loro sanno fare. Le chitarre sono distorte al punto giusto, senza creare un amalgama confuso, e la voce di Ness è ancora sorprendentemente sul pezzo, nonostante anni e palchi sulle spalle.
In No Way Out domina la melodia ’77‑style, quella del punk più classico. Gli assoli di Johnny Wickersham aggiungono un tocco hard rock che arricchisce il brano. Tonight ha quasi un retrogusto country sotto il manto della distorsione, mentre Partner in Crimes rivela il lato più “americana” del gruppo, anche nella voce di Ness: un po’ anni ’70, un po’ alternative rock anni ’90.
Con Crazy Dreamer si concedono persino un passaggio che lambisce la fine dei Sixties, con una voce femminile nei cori: un tocco pop inserito in un lavoro che, per il resto, rimarca la sostanza dura della band. Tornano atmosfere country‑rock in Wicked Game — cover del celebre brano di Chris Isaak, reso immortale dal film Cuore Selvaggio.
Verso la fine c’è spazio per schitarrate alla Sex Pistols (Walk Away (Don’t Look Back)) e per drumming marziali riletti in chiave punk (Never Going Back Again). La chiusura è affidata a due dei momenti migliori del disco: la powerpop‑rockeggiante Don’t Keep Me Hanging On e i riff quasi britannici di Over You.
Ottimo lavoro, ragazzi. Viene naturale dirlo e complimentarsi con una band che vanta 48 primavere — mica pizza e fichi. E no: il punk non è morto. Almeno finché escono dischi così.
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