Kula Shaker: recensione di Wormslayer

Tra psichedelia sixties, britpop e folk-rock, i Kula Shaker tornano a suonare come una certezza senza tempo.

Kula Shaker

Wormslayer

(Strange Folk)

britpop, rock, psichedelia


Dopo il riuscito Natural Magick (2024), i Kula Shaker tornano sulla scena con Wormslayer, un album che conferma la fedeltà della band londinese al proprio immaginario sonoro, tra psichedelia sixties, britpop e derive folk-rock.

Si parte con il singolo Lucky Number, tre minuti e quarantasei di spumeggiante rock’n’roll, aperti da un intro che richiama gli Who delle migliori colonne sonore. Il brano galleggia tra un sound sofisticato e chitarre incandescenti, mentre la voce di Crispian Mills resta, come sempre, una garanzia di vibrazioni positive.

Good Money attacca subito con decisione: il canto è etereo e l’effetto, misurato ma evidente, è decisamente lennoniano. Il risultato è una miscela dal sapore sixties che la band maneggia con naturalezza da oltre trent’anni. Charge of the Light Brigade si muove invece a metà strada tra classicismo beatlesiano e suggestioni psichedeliche di matrice Woodstock-era.

Con Little Darling, Mills e soci non si discostano troppo dal marchio di fabbrica costruito sin dagli anni Novanta: qui l’impronta dei Fab Four, mescolata a suggestioni byrdsiane e a incursioni morrisoniane alla Doors, è particolarmente evidente. Broke As Folk è una parentesi di psichedelia pop in cui le tastiere di Jay Darlington (già turnista degli Oasis) dipingono un affresco sonoro luminoso e immediato.

Be Merciful rappresenta la ballad del disco: un momento delicato, sospeso tra manierismo pop ed echi di Simon & Garfunkel e Byrds. Degno di nota anche lo sperimentalismo rock di The Winged Boy, tra chitarre acustiche arpeggiate e un drumming che evoca atmosfere da western cinematografico.

La title-track Wormslayer ha un retrogusto folk dylaniano e sembra fatta per essere ascoltata immaginandosi al galoppo nel deserto del Nevada, in cerca di fortuna. A chiudere il disco è Dust Beneath Our Feet, un blues pop-rock che suona come se i Beatles provassero a essere gli Stones: un gioco stilistico riuscito, mai stucchevole.

In definitiva, Wormslayer conferma i Kula Shaker come una delle band non solo più longeve del post-britpop, ma anche tra le più coerenti e creative, pur restando fedeli ai propri standard sonori. È un album che richiede ascolti ripetuti per essere pienamente assimilato — e che dimostra come, anche senza reinventarsi, si possa continuare a scrivere pagine interessanti nella storia del rock.

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