Robbie Williams: recensione di BritPop

Tra citazioni brit pop e nuove aperture rock, Robbie Williams gioca con la nostalgia e firma un album che suona familiare, ma non stanco.

Robbie Williams

BritPop

(Columbia Records)

indie, pop, rock


Mossa a dir poco furba quella di Robbie Williams di lanciare un nuovo album piazzando in copertina una sua foto d’epoca: più giovane, biondo, con qualche dente in meno. Uno scatto che arriva direttamente dagli anni ’90, il suo periodo d’oro. Il titolo non lascia spazio a interpretazioni: BritPop. Nostalgia? Strategia? Forse entrambe.

Si parte con Rocket, brano che vede la collaborazione con una leggenda dell’heavy metal come Toni Iommi. Svolta metallara del nostro? Non proprio. Il pezzo ha energia e chitarre in primo piano, ma richiama più l’urgenza melodica dei Sex Pistols che le atmosfere cupe dei Black Sabbath.

Spies riporta subito il disco su coordinate più familiari: è il classico Williams sound, con voce melodica, pop quanto basta e capace di graffiare. L’arrangiamento rimanda a Life Thru A Lens, quella sì vera gemma della stagione britpop.

Con Pretty Face si torna al rock’n’roll dal sapore anni ’70, ma con dei cori che sembrano uscire da una canzone dei Green Day più levigati.

Bite Your Tongue gioca invece tra elettronica e pop tradizionale, con un giro di basso efficace e un ritornello costruito per restare in testa.

Nel cuore del disco troviamo Cocky, dalle sfumature vagamente beatlesiane, e All My Life, più intima e folk.

In Morrissey — omaggio all’ex cantante degli Smiths — riaffiora un electro-pop dal gusto retrò, elegante ma non rivoluzionario.

Chiusura affidata a You, rock diretto con un’attitudine che richiama gli Stooges, seppur smussata, e a Pocket Rocket, ballad melodica dal chiaro sapore anni ’90.

Il risultato? Un album solido, consapevole, costruito con mestiere. Williams guarda ai suoi anni migliori — e a un decennio chiave per la trasformazione del pop tra analogico e digitale — senza cadere nella caricatura di sé stesso.

BritPop non è il disco che cambia una carriera né quello destinato a ridefinire un genere. Ma è il compendio coerente di un percorso artistico che, piaccia o no, ha segnato un’epoca.
Non è un ritorno rivoluzionario. È qualcosa di più onesto: la prova che Robbie Williams sa ancora come stare in scena senza fingere di essere qualcun altro.

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