Jack White: recensione di Fear Of The Dawn

Un periodo davvero fecondo per il poliedrico musicista Jack White: l'uscita del nuovo disco Fear Of The Dawn, l'annuncio della pubblicazione di un altro album e la fresca promessa di matrimonio alla sua compagna Olivia Jean. Chi ha paura dell'alba?

Jack White

Fear Of The Dawn

(Third Man Records)

garage blues, psych, elettronica, acid blues, beat sixties, fuzz, hip-hop, crossover, piano blues, funk urban

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Jack-White-Fear-of-the-Dawn-recensione-album-2022Torna Jack White con Fear of the Dawn, un viaggio post-pandemico in costante tensione psichica e spirituale, in cui le nevrosi esistenziali e le prime crisi di mezz’età trovano libero sfogo nei suoni acid-rock della tradizione americana – dalle lande assolate di Nashville e della California alle preoccupazioni più oscure dell’anima – per poi immergersi in una vasca di dissonante pastiche elettronico.

Mentre nell’immaginario collettivo e letterario, alba e luce diurna rappresentano una metafora di speranza all’orizzonte, Jack White ne inverte i fattori, guardando al nuovo giorno con angoscia e diagnosi patologica.

Se da un lato c’è chi ha paura del buio, di lasciarsi avvolgere dalle ombre della notte e da quella sensazione apprensiva di avvertire presenze impalpabili, dall’altro c’è chi invece vede i suoi peggiori tormenti interiori materializzarsi nel primo chiarore dell’alba (eosophobia), e i propri sogni svanire nelle folli luci del giorno. Fobie, suggestioni e paranoie latenti, che oscillano in un archivio della memoria, tra sonorità elettroniche ed elettrificate.

A quattro anni di distanza dal suo ultimo lavoro solista Boarding House Reach, e a tre da Help Us Stranger coi The Raconteurs, il polistrumentista statunitense Jack White manda alle stampe il suo nuovo album intitolato Fear Of The Dawn, edito per la sua etichetta Third Man Records (nome ispirato al film Il Terzo Uomo, con Orson Welles) e anticipato dalla diffusione dei singoli Taking Me Back e Fear Of The Dawn.

Questo disco inaugura un periodo davvero fecondo per il 46enne John Anthony Gillis, in arte Jack White: l’uscita di Fear Of The Dawn, l’annuncio ufficiale di un altro album, Entering Heaven Alive (pubblicazione prevista per fine luglio) e la fresca promessa di matrimonio che White ha fatto alla sua compagna Olivia Jean, direttamente sul palco del Masonic Temple Theatre di Detroit.

L’ex frontman dei The White Stripes – e fondatore di altri due gruppi rock quali The Raconteurs e The Dead Weather, nonché figura cruciale nel giro del revival rock contemporaneo – torna a impreziosire la propria identità sonora e a confermare una maturità artistica che, progressivamente, ha saputo rimodellare e sperimentare, rivendicando quel caratteristico estro musicale, irrequieto ed eclettico, che lo ha contraddistinto nel corso della sua carriera pluriventennale.

Per inciso, trasversalità creativa che Jack White sembra aver rinforzato traendo ispirazione dall’ambiente dell’hip-hop e del rap, sia attuale che del passato. “Questi artisti, sono il nuovo volto del punk rock”, aveva dichiarato lo stesso White in una recente intervista.

Composto da dodici tracce inedite, Fear Of The Dawn – che nella grafica dell’artwork ricorda l’horror fumettistico di Dylan Dog – mette in mostra tutto il talento e la genialità di un Jack White in versione “22nd century schizoid man”, attraverso un prodotto crossover intriso di sceneggiature in cui l’assurdo si mescola alla normalità, di atmosfere crepuscolari e contaminazioni fusion che spruzzano ormoni sonori dappertutto, come fossero schnauzer che si asciugano al sole.

 

 

Con Fear of the Dawn – album innescato da un timore irrazionale nei confronti dell’alba – il poliedrico musicista americano sputa con fervore i suoi testi, shakerando e mescolando psichedelia e sacro fuoco blues di rimando zeppeliniano e doorsiano, energia beat-garage dei sixties, fuzz abrasivo, smerigliate metalliche power rock, noise lo-fi mefistofelico, groove indemoniati alla Rage Against The Machine e primissimi The Black Keys e un’imprescindibile radice beatlesiana.

Un impianto liofilizzato di chitarre esoteriche e scratchate, vocalità psicotiche accompagnate da vocoder robotici e canti di preghiere muezzin, danze spettrali funk urban dal sapore prog, distorsioni che sembrano riprodurre barriti elefantiani, etnicismi tribal-folk e divagazioni esotico-caraibiche, convulsioni e palpitazioni techno-industrial, repliche cibernetiche alla Gary Numan, campionature appartenenti ad alcuni brani jazz dei The Manhattan Transfer e Bobby McFerrin, e sfumature malinconiche e vellutate che ci guidano a una sorta di quiete riflessiva.

Osservando da uno specchietto retrovisore la vita che scorre, sempre troppo in fretta, il concept di Fear Of The Dawn prende forma attorno al tema del tempo che passa, quale nostalgica presa di coscienza in relazione ai cambiamenti, alle cicatrici del proprio vissuto e verso ciò che viene demandato al futuro, con tutte le sue incognite, interrogandosi su quello che lasceremo in eredità e come traccia del nostro passaggio terrestre.

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