Intervista a Steven Wilson

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Abbiamo incontrato Steven Wilson, padre-padrone dei Porcupine Tree, dei Blackfield, degli Incredible Expanding Mindfuck, anima dei No-Man (insieme a Tim Brownes) e produttore tra i più richiesti in ambito metal e non solo.

L’occasione è la presentazione alla stampa di Insurgentes, suo primo disco solista in uscita il 9 marzo. Ovvero, il suo primo disco ad uscire a suo nome, dato che gli stessi Porcupine Tree, prima di essere un gruppo come la conosciamo da molti anni, nascono come one-man-band.

Intervista raccolta e rielaborata da Valentina Generali
su testi di Massimo Garofalo.


RockShock. Steven, partiamo dalle radici. Vuoi spiegarci il titolo dell’album, Insurgentes?

Steven Wilson. Insurgentes è una parola spagnola. Quando ho deciso di fare un album solista ho pensato che volevo farlo,  divertendomi, in stile on the road. Ho deciso così di iniziare il mio road trip in Messico dove ho poi l’ho registrato. Tempo fa avevo visitato il Messico con i Porcupine Tree, mi era piaciuta molto l’atmosfera che si respirava in quel paese e così ho deciso di tornarci ma per trascorrerci più tempo. A Città del Messico uno dei punti di riferimento è la strada. Lì c’è una delle strade più lunghe del mondo e dovunque ti trovi in questa città non sei mai troppo lontano da lì.

Letteralmente in realtà significa, insorto, rivolta, ribelle. Io non mi considero un ribelle nel senso romantico del termine, ma il modo in cui mi posiziono nel panorama musicale è sicuramente inusuale. Ribelle in qualche modo. Quindi in un certo senso io sono un ribelle soprattutto rispetto al modo in cui mi approccio alla musica contemporanea, agli strumenti e, in particolare, alla questione degli iPod. Mi sento un ribelle, mi sento un insurgentes, il titolo dell’album è un po’ la mia personalità. E’ a metà strada tra la lunga via di Mexico City e il suo significato letterale di ribelle.

RS. Perché un album solista? Un ritorno ai tempi in cui i Porcupine Tree erano una one-man-band?

SW. Quando ho iniziato a fare musica 17 anni fa, andavo ancora a scuola e la mia conoscenza della musica era ridotta, il mio interesse era limitato alla psichedelica e alla musica progressive. Invece ora il mio album solista è pensato, vissuto. Si sentono ritmi progressive, noise, industrial mescolati a ballate al pianoforte, pop, rock.  Per la prima volta mi sento di dire che è un’immagine di me, che questo album mi rappresenta completamente. Certe persone dicono che ho il controllo dei Porcupine Tree, è vero, ma ad esempio ci sono cose – sperimentazioni – nel modo di fare musica che non chiederei mai ai Porcupine Tree perché magari non sono nel loro stile. Invece con un album  solista ho potuto spaziare in tutti i campi che sentivo di voler scoprire. In questo album ci sono tutte le mie caratteristiche musicali. Insurgentes sono davvero io.

RS. Il disco ha un inizio e una chiusura in stile Porcupine Tree, mentre la parte centrale è una specie di discesa agli inferi. Vuoi provare a raccontarci l’album, anticipando cosa ci troverà dentro chi ancora non l’ha ascoltato?

SW. Direi che c’è di sicuro un senso melodico alla Porcupine Tree assolutamente riconoscibile soprattutto nella prima e nell’ultima parte, che è costituita da pianoforte e voce e uno strumento giapponese che si chiama koto, ma non potevo pensare che i Porcupine Tree producessero una cosa simile. Quando sei in una band non puoi fare tutto ciò che ti passa per la testa, musicalmente devi adattarti e rispettare il volere degli altri componenti. Quindi anche se sei libero di suggerire le tue idee non sarà mai come decidere in toto da solo cosa fare. Quindi, anche se si riconosce il senso melodico e lo spirito o l’arrangiamento alla Porcupine Tree, in realtà l’uso della voce e del koto in questo modo li avrei potuti usare solo in un progetto solista.

RS. E chi lo ascolta per la prima volta cosa che idea credi si farebbe?

SW. Umm. Bella domanda. Non penso sia un album difficile, anzi credo sia abbastanza accessibile. Anche se certo dovremmo definire cosa vuol dire essere accessibile di un album. Insurgentes è un viaggio mistico, l’ascoltatore forse non è mai sicuro di che tipo di album stia ascoltando. Forse la cosa più difficile per chi non conosce la mia musica è il fatto di chiedersi proprio che tipo di musica sia. E mi piace questa cosa. Anche tornando al discorso del significato ribelle di Insurgentes, per me non è mai facile capire da dove arrivi la mia musica e in che direzione stia andando. Mi piace l’idea di fare una musica poco classificabile, che non si può rinchiudere in unico genere. Anche se mi rendo conto che questo fatto può essere più difficilmente comprensibile per l’ascoltatore. Però è così, è la mia musica, è ciò che sento.

RS. La tua casa discografica parla di alcuni brani dell’album come caratterizzati da uno stile che si avvicina in qualche modo ai Nine Inch Nails. Noi ci abbiamo trovato anche un po’ delle stmosfere di Sky Move Sideway. Sei d’accordo?

SW. Direi di sì, in particolare c’è un pezzo che è in stile Sky Move Sideway, però in questo album penso si possano riconoscere molte cose che arrivano dal mio passato musicale unite a ciò che sarà il futuro. E’ anche questo il motivo di un album solista. Unire ciò che ho amato in passato alla Porcupine Tree o in stile Blackfield con ciò che sono ora o che sarò in futuro. Il mio stile, lo stile di Steven Wilson c’è sempre, una sorta di marchio di fabbrica che chi mi conosce, riconosce nella melodia, nell’uso degli strumenti, nell’idea conduttrice. I suoni noise per esempio arrivano certamente dalla mia passione per i Nine Inch Nails.

RS. Ci vuoi parlare dei testi del disco? C’è un tema comune che unisce le varie canzoni?

SW. In realtà questa volta non particolarmente. Di solito sì, sono molto specifico sul significato, la direzione, il concept dei testi. Invece questo album è stato più improvvisato. Non volevo e non ho provato a dare un significato particolare alle parole. I testi e le immagini che si possono trarre ascoltando la mia musica arrivano direttamente dal subconscio questa volta. E’ musica, melodia. Infatti è anche la prima volta che non stampo i testi, volevo che si leggesse il significato dell’album al di fuori della musica in questo caso. Forse perché non sapevo nemmeno io cosa esattamente volessi dire, comunicare mi è uscito tutto da dentro, dal mio animo e forse per questo è anche un album con una carica emotiva molto più elevata rispetto ai miei altri lavori. Proprio perché arriva da dentro, c’è una connessione più alta ma non saprei dire il perché. Ci sono immagini che mi piace siano parte di me e della mia musica in modo libero. Completamente libero da qualsiasi schema.

RS. Nel disco ci sono molti collaboratori (il bassista Tony Levin, il batterista Gavin Harrison, la tastierista Jordan Rudess, Michiyo Yagi al koto, il chitarrista Sand Snowman e il jazzista sassofonista Theo Travi): alcune sono tuoi vecchi compagni d’avventura, altri delle ”new entry”; come li hai scelti?

SW. Diciamo che la maggior parte dell’album è stata scritta prima che coinvolgessi chiunque. Ci ho messo 9 mesi. E c’è un momento quando scrivi un progetto solista in cui ti accorgi che manca qualcosa. Ti manca un’opinione diversa dalla tua. Quando sei solo non hai nessuno con cui confrontarti. Ed è in quel momento che ho sentito il bisogno di condividere, di avere imput nuovi, qualcuno da cui trarre una nuova ispirazione. Quindi ho pensato di interpellare vecchi compagni ma anche di sentire persone nuove. Non avevo un’idea precisa ma volevo che  uno dei miei amici mi desse un’opinione sul mio lavoro, mi desse il suo supporto culturale, emotivo, musicale. Non avevo nemmeno idea di come procedere, così abbiamo improvvisato insieme e sono riuscito ad aggiungere una prospettiva artistica più fresca e nuova.

RS. A questo punto è naturale chiederti se meglio un solo-album o un album con la band, dato che li hai provati entrambi?

SW. E’ diverso. Un album solista a volte è difficile perché hai solo te stesso per confrontarti. Ma artisticamente è quasi liberatorio. Non intendo dire che questo disco sia stato una liberazione ma non dovevo pensare ad altro se non a ciò che piaceva a me. E anche per questo ho potuto girare il mondo liberamente da Israele al Giappone, al Messico…e realizzare l’idea del road trip musicale.

RS. Per Insurgentes c’è una remix competition. Vuoi parlarcene?

SW. Sono sempre molto curioso di sapere cosa pensa la gente e come si rapporta alla musica in particolare al mondo del remix. Il remix è artisticamente cambiato. Un tempo si faceva quasi solo per il dance floor o per qualche singolo. Ora è più interessante perché ci sono molte persone che a casa hanno il sound recording system, che non è più inaccessibile a livello di prezzo, oggi ci sono software che permettono di fare cose grandiose. E’ affascinante, ecco il perché della remix competition. Scoprire nuovi punti di vista.

RS. Quindi la tecnologia è importante…

SW. La tecnologia è estremamente importante, io sono un tradizionalista ma sono un grande fan della tecnologia. La tecnologia non mi piace quando prende il posto della qualità.

RS. Come per la questione degli iPod…

SW. Credo che gli iPod siano convenienti e utili perché ti permettono dia fare un sacco di cose. Puoi ascoltare la musica ovunque. E questo è grandioso. Il problema è legato alla qualità di ciò che si ascolta. E su un iPod la qualità è comunque più bassa rispetto a un surround sound mix o un vero cd ascoltato su un buon impianto stereo. Questo per me è il problema. Il problema degli iPod è che riducono la musica ad un livello di massa, a un suono soft, comprimono la musica che quindi è per forza di qualità inferiore. La migliore metafora è con la pittura. Un quadro dal vivo e un quadro fotografato. Sono due cose distinte, un quadro fotografato anche se la foto è bella, non renderà mai come un quadro dal vivo.

RS. Ora domande tecniche. Parliamo di audio surround. Tra gli appassionati la versione a 5.1 canali di Fear of a Blank Planet ha avuto grande successo e ci risulta che stai lavorando al remix in surround di alcuni album dei King Crimson. Che tipo d’approccio usi per remixare musica che in origine è stata concepita in stereofonia?

SW. Sto realizzando tutto il catalogo dei King Crimson dagli anni Ottanta in versione a 5.1. E’ eccitante perché sto remixando album con cui sono cresciuto, quindi è anche un grande onore essere dentro la musica e capire come era stata creata prima. Robert ha un sacco di storie da raccontare, è interessante e un vero onore. Prendere i pezzi e remixarli… e farlo insieme è fantastico.

RS.  Pensi che queste versioni diano davvero un valore aggiunto all’audiofilo appassionato di hi-fi? Premesso che a casa ho parecchi cd audio in DTS,  in qualche modo la cosa non può non apparire come un tentativo delle case discografiche di ricavare denaro da dischi che invece avevano finito la loro vita commerciale?

SW. O nooo! Per me e per Robert è un modo tridimensionale di fare musica nel surround. In questo caso è puro amore per il remix. Le vendite non c’entrano nulla, anzi. Amo questi album e sto male solo al pensiero che potrebbero esserci altre motivazioni se non il puro amore per il remix. Il valore aggiunto c’è ed è l’aspetto sperimentale, la passione.

RS. E i Porcupine Tree? Sono al lavoro?

SW. Sì certo, arriverà un nuovo album presto, molto epico, ambizioso che uscirà in settembre e che registreremo tra marzo e maggio. E tra settembre e ottobre inizieremo a promuoverlo.

RS. Infine un appello da un gruppo di fans italiani: a quando un tour nel nostro Paese dei No-Man?

SW. Ah sì?? Oh beh, abbiamo fatto qualcosa l’anno scorso, solo 3 live … per me è un problema di tempo. Io vorrei fare concerti con tutti, con i Porcupine Tree, i No man, …. ma non riesco.. devo essere concentrato devo dare sempre priorità alle cose, cercando di capire quali sono quelle più importanti, anche se in effetti tutte lo sono per me, eheh ….ora c’è l’album solista naturalmente. Con i No Man io suono solo la chitarra, sono molto contento dell’ultimo album cerco di farne due all’anno ma … è il tempo il problema … comunque sì, mi darò da fare!

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