Intervista a El Santo

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Abbiamo contattato Giorgio Scorza, il singer del progetto El Santo, dopo aver ascoltato Il Topo che stava nel mio Muro, il loro primo disco. Non esattamente un album d’esordio, dato che i componenti di questa band non sono proprio musicisti in erba. Giorgio proviene dai disciolti La Stasi insieme a Daniele Mantegazza e Lorenzo Borroni, pubblicando nel 2007 L’estate è Vicina, voltando pagina quando quel percorso professionale si era esaurito. Ma è l’incontro con Pasquale De Fina, chitarrista e fondatore degli AtleticoDefina, il suo precedente progetto artistico con Giorgio Prette degli Afterhours, che rimette in gioco i tre musicisti.

Giorgio Scorza. Ho conosciuto Pasquale ad un festival di cinema dove stavo partecipando ad una tavola rotonda, presentando alcuni miei lavori di animazione, tra cui dei videoclip, e lui avrebbe suonato quella sera. Ci siamo intercettati, capiti e ripromessi che avremmo collaborato nel futuro. Da quell’incontro alla sala prove, armati di chitarra, il passo è stato molto breve. Stimavo il suo approccio “crudo” e libero alla musica e sapevo che avrebbe potuto darci un contributo vero e concreto.

RockShock. E così sono arrivati i primi appuntamenti, le chiacchiere a tavolino tra scambi di esperienze e di ascolto dai gusti comuni, la voglia di lavorare ad un progetto che identificasse il nuovo corso. Giorgio ci racconta com’è nato Il Topo che stava nel mio Muro.

Giorgio Scorza. Quando abbiamo iniziato a lavorare in sala prove avevamo alcune prospettive in termini di suono e diverse idee su nuovi brani, ma solo il flusso naturale del suonare tutti insieme in una stanza ha generato il senso del disco. Sentivamo solo di dover andare alla sostanza, al centro di ciò che volevamo dire. Senza fronzoli o sovrastrutture. E siamo partiti. Io e Daniele (chitarrista ed autore delle melodie) abbiamo abbozzato le nostre idee musicali anche solo tramite registrazioni domestiche molto grezze. Poi da quelle forme embrionali in sala prove i brani veri e propri sono scaturiti da sé.

RockShock. C’è molta introspezione in questo disco. Quali sono le tematiche che preferite affrontare nelle vostre canzoni?

Giorgio Scorza. Onestamente musica e testi sono figli di un’urgenza intima. Al tempo stesso i brani rappresentano una sorta di terapia per aggredire ansie, sentimenti e sensazioni che diversamente non sapremmo buttar fuori. A volte c’è maggiore riflessione sul piano della struttura e della forma testo, ma più spesso assecondiamo un canale che per noi è una forma di espressione poco mediata.

RockShock. Il disco ha una matrice indie, piuttosto elettrica e distorta, ma in mezzo all’album si trovano alcuni brani piuttosto disomogenei dall’atmosfera che permea il disco, come Dean e L’Arte Del Veleno, stilisticamente inaspettati e quindi sorprendenti.

Giorgio Scorza. I brani nascono molto spontaneamente e sentiamo in realtà che canzoni come quelli che citi rappresentino solo una sfaccettatura più asciutta, acusitca e radicale di quello che le chitarre distorte non avrebbero potuto raccontare. Le influenze e le sollecitazioni sono molto eterogenee e magari attingono da arti come il cinema e la letteratura, ma poi sta alla band riuscire a sintetizzare in un proprio “suono” tutte queste ispirazioni. Con episodi che fisiologicamente si posizionano più ai margini di questo spettro.

RockShock. Sia Pasquale che Giorgio hanno avuto in passato rapporti con alcune etichette per le precedenti uscite discografiche, come Venus o Baracca e Burattini. Questo album è stato completamente autoprodotto dalla band e distribuito con Audioglobe.

Giorgio Scorza. Una scelta voluta all’interno di una situazione obbligata. In sostanza, che il settore attraversi una forte crisi non è un segreto. A fronte di ciò sapevamo che, essendo questo disco un esordio, non avremmo trovato facilmente il supporto che cercavamo. Piuttosto che disperderci in una questua inconcludente, abbiamo preferito essere in qualche modo fautori del nostro percorso».

RockShock. Avendo già avuto modo di affrontare l’esperienza dal vivo, concludiamo la chiacchierata con uno sguardo sulla musica in Italia, la situazione dei locali dove non è oggi facile trovare chi è disposto a farti suonare pezzi tuoi, soprattutto se devi fare la gavetta.

Giorgio Scorza. Sappiamo tutti che l’usanza italica delle tribute o cover band ha divorato lo spazio per tante proposte originali e non aiuta ad alimentare la curiosità nelle persone. Per cui abbiamo scontato anche noi, come tanti, questo limite culturale. E credo che le cose stiano peggiorando. Avendo seminato male, questi sono i risultati.

RockShock. Il disco degli El Santo è nato libero dalle pressioni discografiche, un’autentico magma musicale che emerge libero dagli autori del Topo. Ci hanno mandato il disco, l’abbiamo ascoltato con piacere, prima di lasciarci chiediamo se senza etichette alle spalle è possibile, oggi, promuoversi in maniera autonoma.

Giorgio Scorza. E’ importante avere un megafono che amplifichi il senso e l’essenza del prodotto discografico ma che al contempo non disperda il messaggio che si vuole veicolare. Per cui, viste le scarse vendite in negozio, quello che conta di più forse è proprio è un management focalizzato e/o un forte ed attivo ufficio stampa. Che sappia coniugare l’attività tradizionale alla visibilità sui social network e nel web in genere. Il denaro per tutto ciò serve. E la difficoltà di suonare live ben retribuiti per alimentare questa attività genera spesso un vero e proprio circolo vizioso.

El Santo, sito ufficiale

ElSanto-intervista

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