Ida Maria: recensione di Seven Deadly Sins +3

Ida Maria col suo quinto album si riprende finalmente lo scettro di reginetta del punk rock? Un ritorno all’elettrico senza cadere troppo nel mainstream.

Ida Maria

Seven Deadly Sins +3

(Indie Recordings)

punk-rock


Dopo il quarto album che ha spiazzato i suoi estimatori per la virata soft blues che ha destato malumori, la cantautrice norvegese Ida Maria si riprende il ruolo di riot girl del punk rock scandinavo con la pubblicazione di 10 nuove canzoni nel nuovo album Seven Deadly Sins +3. Ida Maria si riaffaccia sulle scene con il ritorno all’elettrico in un disco inedito pieno di ritmi mordaci, con una lieve deviazione che rende tutto più orecchiabile, senza però stravolgere la sua indole da cantante ribelle.

È a 14 anni che coltiva la propria identità artistica senza schemi, capace di spaziare con disinvoltura tra sonorità apparentemente distanti, assorbendo l’influenza di diversi ambienti musicali, dal metal al jazz al bluegrass. Il suo primo album del 2008, Fortress Round My Heart, l’ha presentata al pubblico come una musicista capace di trasmettere emozioni intense, lanciata nel diventare una professionista affermata, dotata di grande personalità nel songwriting, tanto da uscire subito dai confini con tourneè internazionali, venire premiata come best alternative album rock qua e là ed arrivare a rifare un suo brano, Oh My God, con una leggenda come Iggy Pop.

Le schitarrate di Fortress proseguono oggi anche in Seven, dove la voce abrasiva di Ida Maria plana sulle melodie dirompenti, come l’opener Lazy o la veemente Pride che mostrano quanto questa talentuosa autrice sia indirizzata verso un alternative rock di matrice punk. Nel suo secondo album, intitolato Katla, la musicista è rimasta sui binari del disco d’esordio perdendo qualcosa di quell’irruenza giovanile, dotando l’album di tracce melodiche godibili ed elettriche. Il terzo disco non ho avuto modo di ascoltarlo, ma è Scandalize My Name col suo folk blues assolutamente differente dagli inizi, dominato da voce e piano, a lasciare interdetti i fans per i suoi brani lenti, introspettivi e privi della componente rock che ha portato Ida al successo.

 

Dopo una lunga pausa arriva un Ep nel 2021, ma è la scrittura del brano More che riaccende una fiammata nella cantautrice riaprendo le porte a nuove canzoni, a distanza di 9 anni. More ha un bel groove, un ritornello catchy e i riff di chitarra fanno sembrare questo ascolto all’apparenza easy, c’è anche una breve parte rap che potrebbe non piacere ma nel complesso è energico e radiofonico. I brani come Still Angry, scritto con il chitarrista finlandese Joonas Parkkonen dei Santa Cruz, o Melancholia, cancellano i dubbi dopo l’esperienza di Scandalize, restituendoci un sound dannatamente sanguigno.

Lei si dichiara “Una mamma single completamente fuori di testa che gioca con forze che non comprende. Una rockettara punk che cerca di spiegare alcune cose”. Amore, contestazione, nevrosi umane sono i temi trattati nelle sue canzoni in lingua anglossassone, mostrando in alcuni brani una ricerca musicale e una curiosità nell’affrontare le sfide con derivazioni anomale. I Pushed Too Hard dice proprio di come l’uomo affonta volutamente il peccato come un bisogno, riconoscendo di esagerare, ma non è poi una cosa propriamente orrenda, semmai una liberazione di freni inibitori per donarsi alla vita. Lei lo canta davvero con trasporto, con questa chitarra prepotente e un assolo blues rock che non puoi dire insomma che Seven Deadly Sins sia un brutto disco. Che si conclude con Who Will Save Rock, un classico inno dei The Dictators ripreso dalla nostra singer norvegese per celebrare questo genere musicale che a distanza di decenni risulta ancora vivo.

Social: facebook.com/IdaMaria

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