I Casini di Shea: Recensione di Parco Gonzo

I Casini di Shea rievocano il fervore espressivo delle stagioni della controcultura alternative rock, innaffiando il tutto con dosi massicce di alka seltzer.
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I Casini di Shea

Parco Gonzo

Cabezon Italy, XO Publishing

grunge, hardcore punk, alt-rock, fuzz

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I Casini di Shea Parco Gonzo recensioneÈ uscito Parco Gonzo, l’EP di debutto del tridente hardcore-punk marchigiano I Casini Di Shea, edito per Cabezon Italy e XO Publishing, ed anticipato dall’uscita del videoclip di Sostanze.

Composto da tre tracce (La Tua Verità, Sostanze e La Primavera Ce L’Hanno Imposto, alle quali si è aggiunta successivamente la bonus track Carlitos), e suonato completamente in presa diretta, Parco Gonzo mette in mostra il carattere identitario verace, genuino, impetuoso, acerbo, sporco e ruvido dei tre fuzzers di Senigallia (Mauro Mariotti alla voce e chitarra, Andrea Marcellini al basso e Simone Buoncompagni alla batteria): le “tre scimmie dell’underground”, come amano definirsi gli stessi componenti della band.

Lo spartito di Parco Gonzo si permea di materia sonica lasciata a briglie sciolte, che se da una parte cede un po’ dal punto di vista della qualità di produzione, dall’altra ribolle di una carica dissonante lo-fi in grado di risvegliare, attraverso scariche elettrificate spigolose, lisergiche, distorte e cupe, gli ardori sopiti di vecchi crociati e menischi.

I tre brani dell’EP, cantati in italiano e forti di una sezione ritmica pulsante, si cospargono di una generosa manciata di riff garage abrasivi che vanno a rievocare (per quanto possa sembrare un vezzo anacronistico al nostro orecchio) il male di vivere letterario e il fervore espressivo delle tormentate stagioni della controcultura alternative rock tricolore, innaffiando il tutto con dosi massicce di alka seltzer, al fine di alleviare i postumi delle sbronze post grunge e i bruciori di stomaco post hardcore.

I Casini di Shea mostrano, nel loro modus pungente e grottesco, il fallimento e le nevrosi della contemporaneità, lo smarrimento etico di una società post-apocalittica sempre più dipendente dalle sostanze propagandistiche imposte dal capitalismo e dal consumismo, e la cultura di massa felicemente schiava dei suoi bias cognitivi e incatenata ad uno status di libertà illusoria.

Parco Gonzo rappresenta, dunque, uno sguardo diverso sulla realtà, teso a carpirne le sottili fratture e utile a concedere prospettive diverse a quei soggetti cristallizzati e immobili nel loro stato di decadenza autodistruttiva.

Un primo parto discografico breve ma intenso, con il quale i tre gonzi marchigiani sembrano volerci dire che, fondamentalmente, siamo tutti un po’ “gonzi”, giusto per non fare la rima baciata con altri appellativi più folcloristici. In futuro, ricordiamoci de I Casini di Shea e delle loro canzoni, non sia mai che un giorno i Måneskin decidessero di farne una cover sanremese.

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Andrea Musumeci
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