Harrison Storm: recensione di Wonder, Won’t You?

In questo nuovo capitolo solista, il cantautore australiano Harrison Storm si apre ancora alla meraviglia delle emozioni, attraverso ballad evocative dense di pathos e suggestioni oniriche.

Harrison Storm

Wonder, Won’t You?

(Nettwerk Music Group)

cantautorato, dream folk, folk acustico, country folk urbano, indie-folk

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Harrison Storm Wonder, Won't YouLuci lontane e misteriose quelle che arrivano dal continente australiano: luogo di forte spiritualità, dove vertiginose suggestioni oceaniche cingono paesaggi multiformi e sconfinati orizzonti sotto un cielo ancestrale.

Con oltre 350 milioni di streaming in tutto il mondo e ben cinque EP all’attivo, il cantautore folk australiano Harrison Storm apre il nuovo anno pubblicando il suo primo full-lenght intitolato Wonder, Won’t You?, edito per Nettwerk Music Group e anticipato dall’uscita dei singoli Tomorrow, Stone, Daylight Sun, In Good Time e This Love.

Sono trascorsi sei anni dall’esordio discografico con l’EP Change It All, eppure la matrice calligrafica di Harrison Storm è rimasta pressoché invariata. In questa nuova esperienza dal tenore intimo e autobiografico, il folk-singer originario di Melbourne dispensa – con delicatezza e accurata eleganza esecutiva – suoni e atmosfere all’interno di un repertorio di ballad evocative dense di pathos agreste: dieci canzoni impreziosite da ammalianti fingerpicking, ritmiche low e midtempo dagli echi indie-folk, morbide fragranze dai richiami urban e melodie elettroniche dalle tinte dream ad accentuare certo mood umbratile ascrivibile ai connazionali e coetanei Stu Larsen, Lewis Capaldi, Dean Lewis e Sam Fisher.

Quelle di Wonder, Won’t You? sono storie che parlano di connessioni con sé stessi e con il mondo, di profondità introspettive e del coraggio di mostrarsi fragili, passando attraverso un carezzevole e malinconico melange di magiche e ariose traiettorie epidermiche dalle nuances chiaroscurali, con l’ottica di servirsi della musica quale mezzo terapeutico per liberare l’onestà del proprio sentire, condividerne anche i lati più ombrosi, e sciogliere i nodi inquieti del cuore e della mente.

Spingendosi oltre quel naturalismo on the road di terre assolate, e soprattutto continuando ad accogliere le meraviglie delle emozioni umane, Harrison Storm, con voce suadente, nostalgica e consolante, ci guida nel mezzo di un sound itinerante che naviga nei grandi e imprevedibili spazi della vita, in equilibrio su quella dorsale tra amore e perdita, concentrando le proprie riflessioni tematiche (per quanto retoriche nel loro sviluppo testuale) sul dualismo tra passato e presente, sul valore sincero della solitudine e delle vicinanze (won’t leave the world that you said you’d need”) sui cambiamenti interiori e l’orientamento caotico di un mondo sempre più ostile (“won’t let the world make me feel like I’m just a stone”).

Così, nel decorso inesauribile del tempo e con la media astratta tra ciò che sogniamo di essere e ciò che realmente siamo, tra cumuli di esperienze accatastate, tra ciò che rimane di ieri e ciò che rimarrà di domani, ci accorgiamo che non siamo altro che nuvole, macchie sospese tra cielo e terra, figure passeggere in balìa di impulsi invisibili, effimeri e discontinui.

In questo gioco assurdo della coscienza, al di là delle illusioni e delle convenzioni imposte da noi stessi, Harrison Storm ci invita dunque a riscoprire l’importanza delle cose semplici, a riappropriarci del significato di famiglia e a separarlo da tutto il resto (“family and its meaning has changed over the years, to me what’s important are the ones who hold you near”), cercando di viversi il momento (“I don’t know what’s coming, and I don’t want to know, I’ll try to live right here”), senza la necessità di dover pianificare tutto:“everything did make sense in good time”.

Harrison Storm – Tomorrow: guarda il videoclip

 

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