Halsey: la recensione di If I Can’t Have Love, I Want Power

Per If I Can't Have Love, I Want Power, Halsey ha realizzato il suo sogno: farsi produrre da Trent Reznor e Atticus Ross (Nine Inch Nail) e circondarsi di musicisti di lusso.
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Halsey

If I Can’t Have Love, I Want Power

(Universal Music)

alt-rock, industrial

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Halsey recensioneCapita molto di rado ma a volte i sogni si avverano e l’incanto generato può cambiare il corso di una carriera artistica e con un po’ di fortuna perfino quello di una vita intera. È il caso della cantante americana Halsey, al secolo Ashley Nicolette Frangipane, che approda al suo quarto lavoro in full-lenght, If I Can’t Have Love, I Want Power, con un entourage maestoso e i produttori anelati da sempre, Trent Reznor e Atticus Ross.

Il disco – appena uscito su Capitol – vanta infatti alcuni prestigiosi featuring: Dave Grohl (Foo Fighters), batteria in Honey, Pino Palladino, basso in Lilith e Lindsey Buckingham (Fleetwood Mac), chitarra in Darling.

L’artista, militante in prima linea per i diritti dell’infanzia, delle donne, la salute mentale e la comunità LGBTQ, aveva un grande desiderio, quello di lavorare con il duo delle meraviglie ma non sentendosi all’altezza aveva quasi abbandonato l’idea fin quando non ha provato a chiedere ed il cerchio si è magicamente chiuso.

Halsey ha lavorato in maniera perfetta anche sul marketing scegliendo una strategia diametralmente opposta alle regole comuni, nessuna anticipazione affidata a singoli traino e fitto mistero su sound e contenuti, tutta la promozione è stata invece affidata al web; l’annuncio ufficiale sui nomi dei produttori e la pubblicazione di un video nel quale appare scalza in giro per i corridoi del Metropolitan di New York mentre ammira Madonne col bambino.

Ultima mossa a luglio quando ha svelato la grafica della copertina al Met Fifth Avenue di New York City, una cover in pieno stile barocco dove la neo mamma Halsey appare con un seno scoperto ed un bimbo in grembo, immagine forte ed inquietante così come il senso intrinseco del concept album, teatrale e doloroso, incentrato per sua stessa ammissione sulla dicotomia Madonna e puttana, “l’idea primaria” scrive su instagram “è far convivere le due anime, quella materna e quella sensuale. Il mio corpo è appartenuto al mondo in molti modi diversi negli ultimi anni e questa immagine è un mezzo per rivendicare e stabilire la mia autonomia, orgoglio e forza”.

La copertina celebra i corpi in gravidanza e nella fase post-parto come qualcosa da ammirare. “Abbiamo una lunga strada da percorrere per sradicare lo stigma sociale intorno ai corpi e all’allattamento al seno. Spero che tutto ciò possa rappresentare un passo nella giusta direzione”. Con questi presupposti è facile lasciarsi cullare dalle aspettative e sperare in un disco rivoluzionario, percezione purtroppo non pervenuta, l’amalgama industrial/post-punk/elettronico rivestita da un alone oscuro, risulta meno sovversiva del previsto e spicca il volo solo nei momenti in cui non si oppone alla natura pop della musicista, in buona sostanza quando riesce a sfuggire ad una profondità “obbligata”.

 

Le tracce davvero convincenti, tra le tredici incluse, si contano sulle dita di una mano ma alzano di molto la media; I Am Not A Woman, I’m A God, esempio perfetto di strafottenza lirica accompagnata da un suono tipicamente Nine Inch Nails: “Non sono una donna, sono un Dio, non sono una martire, sono un problema, non sono una leggenda, sono un’imbrogliona, tieniti il cuore, ne ho già uno”, The Lighthouse, sperimentale e storta che rotea sulla vocalità di Halsey, marcia quanto basta, la sognante You Asked For This, dal vago sapore noise rock vicina alle atmosfere dei Dinosaur Jr e l’intensa Whispers, dove le note sublimi del piano danno il via ad un succedersi di sussurri e vocalizzi magistralmente assemblati. La chiusura è affidata alla dolcezza di Ya’aburnee, (la parola araba significa  desiderio di morire prima della persona che ami), Halsey sembra risolvere finalmente i suoi tormenti conscia di una sua personale trasformazione avvenuta attraverso la maternità, condizione capace di sublimare ogni senso del sacrificio in arrendevolezza e poi in catarsi.

If I Can’t Have Love, I Want Power è un disco davvero ben confezionato, ma piuttosto lontano dal concetto di capolavoro, Halsey si conferma invece uno dei talenti internazionali più interessanti del momento, la metamorfosi è in corso e questa nuova versione in chiave dark pop lady mi piace malgrado non me ne sia innamorata.

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Elisabetta Laurini
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