Estetica Noir: recensione di Amor Fati

Tra coordinate darkwave, immagini art-rock '80 e ruvidi suoni industrial-rock '90, il ritorno in grande stile dei torinesi Estetica Noir. Amor Fati è il nuovo album con l'illuminata produzione artistica di Riccardo Sabetti (This Eternal Decay/Spiral69).

Estetica Noir

Amor Fati

(Swiss Dark Nights)

darkwave, post-punk, synthwave

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Cosa accade quando l’età matura spazza via i tormenti adolescenziali sovraccarichi di spleen ed umor nero lasciando spazio a nuove consapevolezze?

Come si esce da quel frullatore emozionale ricco di ansie, timori ed incertezze capaci di generare mostri che spesso ci accompagnano per tutta la vita?

Seppur non possiamo parlare di vere e proprie risposte qualche traccia di sano buon senso, come linea guida per una reale presa di coscienza, si coglie tra le righe di Amor Fati, il nuovo album dei torinesi Estetica Noir appena uscito su Swiss Dark Nights .

Reduci dal buon riscontro ottenuto con l’interessante This Dream in Monochrome, full-lenght del 2022 che forse in alcuni frangenti mancava di vero mordente, gli Estetica Noir affidano la produzione artistica di questo nuovo lavoro in studio a Riccardo Sabetti (This Eternal Decay/Spiral69) che, grazie alla sua grande esperienza, riesce a tirar fuori e valorizzare al massimo il potenziale dei quattro musicisti in questione.

Nove tracce, di cui una (The End Of Moraliadays) scritta, suonata e cantata proprio in collaborazione con Sabetti, in costante bilico tra coordinate darkwave che strizzano l’occhio all’art-rock degli anni ’80 mischiate alla ruvidezza dei suoni industrial-rock anni ’90 e al gusto per la ricerca di melodia per un lavoro d’insieme coeso e persuasivo.

Il quarto disco della loro ormai lunga carriera è un vero e proprio tuffo nel crudele e inevitabile processo dell’invecchiamento affrontato con nostalgia, romanticismo, rabbia ma soprattutto con la determinazione di chi si oppone con fermezza al mondo statico e denigrante di quanti ci vorrebbe socialmente omologati e privi di aspirazioni, si parla infatti con saggezza dell’uscita forzata dal pessimismo cosmico adolescenziale consci delle difficoltà quotidiane, del confronto con l’inesorabile scorrere del tempo e della razionalizzazione dei sogni che proprio per la loro natura fugace acquistano un’aurea quantomai fascinosa.

“Per quanto una costante deriva culturale e un eccessivo progresso, ci rendano costantemente timorosi e preoccupati riguardo al futuro, in fondo amiamo i cambiamenti e la speranza di positività che questi possono portare. Il limite del sogno viene traslato ancora una volta e la notte tarda ad arrivare, immersi in un’eterna giovinezza che rende vivi e permette di assaporare il presente recando vitalità anche a chi ci sta intorno” questo dichiara la band e questo si legge chiaro nei bei testi a tratti perfino filosofici.

Silvio Oreste (voce/chitarre/synth/programming), Rik Guido (basso), Paolo Accossato (batteria/live engineering) e Marco Caliandro (synth/programming/back vocals) aprono l’album con Burnout, primo singolo estratto che gira tondissimo così come l’elegiaca Strange Hologram e la duttile Summer Shine il cui mood ricorda non poco gli Human League più ispirati.

Faded viaggia su una netta, affascinante, contrapposizione di intenti tra il sound ’80 apparentemente leggero (mi tornano in mente alcune produzioni di Gary Numan) e le liriche importanti “…parli di democrazia, ma sei sciovinista e dittatore, tornando alla fantasia, sputiamo sull’ipocrisia, non puoi fermare la mia felicità, non sarò solo fino alla fine. Sbiadito. Sto svanendo. Ho paura di morire quando questo tempo finirà. Voglio giocare ancora”…mentre la robotica e ritmata Stockholm’s Azure contrasta il mood quasi curiano della splendida The Cell, closing song notturna e densa, la voce di Silvio, mai come in questo frangente poetica e toccante, racconta momenti di disillusione, rassegnazione e sopraffazione “Ti senti un uomo migliore quando giudichi il mio mondo? La vera vergogna è quello che insegni a tuo figlio senza terra…stasera ciò che resta è che tutto ciò di cui abbiamo bisogno è amore. Sei davvero ferito dentro di te? Non vedi che il gioco è finito?”.

Nota di merito a due brani che brillano di luce propria, l’incalzante hit single Pain dal ritornello killer che viaggia su continui chiaroscuri esattamente come il video di contorno e la già citata The End Of Moraliadays dove il tocco magico di Sabetti si sente e come, uno degli episodi più riusciti in un carnet di emozioni molto ben calibrate.

Amor Fati, massima usata da Nietzsche per definire il corretto atteggiamento del superuomo capace di accettare gioiosamente il destino arrivando perfino ad amarlo, riporta  la musica ad un concetto più elevato ovvero quello di raggiungere chi ascolta non solo con le note ma anche con tematiche profonde e meditative.

C’è una nota all’interno della copertina; Dedicated to you beyond the stars (dedicato a te oltre le stelle), dedica oltremodo poetica per un disco davvero ben riuscito.

 

 

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