Pinhdar: recensione di Comfort in the Silence

I milanesi Pinhdar tornano sulle scene con un nuovo album, il terzo loro della carriera. Tra suggestioni ambient, elettronica contemporanea e trip-hop, Comfort in the Silence attraversa e dipinge il silenzio come forma di resistenza attiva.

Pinhdar

Comfort in the Silence

(Duskey/The Orchar)

trip-hop, elettronica, ambient


Siamo costretti a vivere i nostri giorni sopraffatti da una esacerbata violenza collettiva che inquina ogni nostra azione, partendo dalla società contemporanea capace di mettere in moto abomini di ogni genere, dal razzismo alla devastazione dell’ecosistema, dal femminicidio alla misoginia, dagli egocentrismi amplificati alla massima potenza fino alle aberrazioni della politica, alla smaterializzazione dei diritti umani, allo sgretolamento di ogni forma di solidarietà, siamo insomma all’interno di un giro vizioso che celebra l’individualismo, l’egoismo, il narcisismo patologico, la sopraffazione impudente a scapito dei buoni sentimenti e di tutto ciò che potrebbe girar loro intorno.

In questo deviato contesto etico/culturale la violenza si mostra come rumore subdolo, costante e inestirpabile, tanto da diventare  una sorta di sottofondo, un brusio al quale ci abituiamo poco a poco senza quasi reagire, chi si oppone è destinato a soccombere o quantomeno a sviluppare un malessere che spesso si trasforma in aggressività arrogante o, per sinergie opposte, in solitudine resiliente arresa ad un silenzio frustrante ma indispensabile per la propria salvezza interiore.

Comfort in the Silence, nuovo e terzo album dei Pinhdar (nome ispirato al poeta greco Pindaro, uno dei maggiori esponenti della lirica corale e sinonimo di estro immaginifico), racconta proprio questo, la faticosa e continua tensione emotiva spesa tra il bisogno di restare presenti e attivi nel mondo e quello di proteggersi trovando conforto nell’isolamento, nella meditazione, in un microcosmo dove ci si possa sentire al sicuro.

Con questo nuovo lavoro, prodotto dalla cantante ed autrice Cecilia Miradoli e dal musicista e producer Max Tarenzi, mixato da Ian Caple (Tricky, Martina Topley-Bird) e impreziosito dalla partecipazione straordinaria di Lee Pomeroy degli Archive al basso, il duo milanese consolida il proprio registro sonoro unico e riconoscibile tra mille, stratificato, cinematografico, a tratti quasi impalpabile e perdutamente onirico che affonda ancora le radici nel trip-hop di matrice bristoliana ma si avventura in territori darkwave, ambient, electro legati a doppio filo con la voce calda, avvolgente, magnetica di Cecilia capace di passare dal canto aulico allo spoken word con la naturalezza dei grandi professionisti.

La coesione tra le nove tracce incluse salta subito agli occhi, anzi dovrei dire alle orecchie, l’elettronica, ancor più funzionale rispetto al passato, rimane il fulcro sul quale si basa tutta la struttura compositiva mentre il flusso sonoro cosparge ogni nota plasmando lo scheletro di un corpo fatto di carne, sangue, umori e scorie, ogni paragrafo è una storia a sé stante ma unito agli altri completa un intricato e affascinante puzzle di sentimenti contrapposti.

A Red, torbido primo singolo estratto dominato da strepitosi contro tempi si alternano  l’orchestrale e maliarda Neiko, la soave Neon Lights, la dolcissima, mai stucchevole Mute, l’oscura e controversa Into the Mirror e After the Fall, slabbrata, cupa e storta quanto basta per accogliere la voce incantevole di Cecilia novella Beth Gibbons.

Infine due perle di rara bellezza, Fade, slow ballad dai toni  morbidi e atmosferici capace di trasportare chi ascolta in un’altra dimensione e We Float, dissonante e armonica al tempo stesso, dalle viscere della terra dove il suono conduce si riemerge solo grazie alle linee vocali di una Cecilia luminescente e risanatrice.

Silenzio come forma di resistenza, silenzio come massima amplificazione della bellezza, questo è molto altro è Comfort in the Silence dei sempre più ispirati Pinhdar, un disco che infiamma le coscienze pur non essendo palesemente politico, un disco che cresce ad ogni ascolto in maniera esponenziale e stordisce con oscure malinconie e vibranti accelerate distorte, un disco raffinato, elegante, iconico, nodale, commovente.

http://www.pinhdar.com

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