Dear Company: recensione di Scratches

Scratches, l'EP di debutto dei Dear Company, è un viaggio shoegaze e dark ambient tra memoria e inquietudine. Un duo romano da tenere d'occhio.

Dear Company

Scratches

post rock, ambient, shoegaze, dreampop


Mistero, lirismo, malinconia a secchiate, estaticità, fascinazioni ipnotiche, echi shoegaze come massima amplificazione di tempeste emotive elevate all’ennesima potenza, atmosfere post-rock,  paesaggi sonori stratificati e suggestivi, suggestioni dark ambient, delicate sfumature dreampop e cinematic drone per un suono evocativo capace di ricreare un’ambientazione immersiva fatta di minimalismo e inquietudine.

Questo e molto altro è Scratches, EP di debutto del duo romano Dear Company composto da Elisa Pambianchi, nota nel panorama darkwave/post-punk per la sua intensa vocalità angelicata e per le tantissime collaborazioni con altri artisti (La Porta Ermetica, Tymbro, A Copy for Collapse, 3+ Dead) e Martino Cappelli, sopraffino chitarrista etno-sperimentale con innumerevoli collaborazioni all’attivo (Aguirre, Indaco, Vonamor).

Due anime simili e assolutamente complementari finalmente unite anche in un progetto musicale condiviso, nato nel 2024 e già munito di un’identità ben definita.

Pur seguendo influenze varie che vanno dalla scuola più intimista del post-rock nordico (Sigur Ros, Efterklang) alle malie dark ambient di Bohren & der Club of Gore fino alle atmosfere spettrali coldwave e minimal synth anni ’80, i Dear Company non si limitano alle mere citazioni ma rielaborano tutti i riferimenti del caso per costruire un linguaggio personale dove l’imperfezione (i graffi del titolo che sono anche graffi dell’anima) diventa parte integrante dell’estetica generale.

I brani inclusi esplorano tematiche legate alla memoria, al passaggio del tempo e all’identità personale attraverso una serie di arrangiamenti che vibrano in un’altalena costante tra introspezione profondissima ed esplosioni sonore talmente fragorose da risvegliare tutti i sensi.

A completare l’opera un team di enorme esperienza; Simona Ferrucci (Winter Severity Index) che ha curato il mixaggio dell’EP e suonato i synth in Wonderboy, Adriano Vincenti (Macelleria Mobile di Mezzanotte) autore della fantastica coda noise di Storm, Black, Giuseppe Marino al basso, Giulio Maschio alla batteria e Caterina Cappelli, autrice dello splendido artwork anch’esso minimale e di forte impatto visivo.

Sei brani per sei espressioni emotive diverse ma assolutamente complementari, ognuno rappresenta un viaggio a sé stante, un capitolo di un romanzo sospeso tra sogno e veglia che trova però totale compimento concatenato agli altri, i passaggi vocali sommessi e introspettivi si mescolano magicamente alle esternazioni strumentali, pensate ed impiegate come vere pause di riflessione (o raccordi emozionali), per veicolare un tangibile e costante senso di smarrimento.

Partendo da Wonderboy, primo singolo estratto nonché primo brano partorito dal duo, corredato da un video di animazione ad opera di Stefano Argentero e Emiliano Argentero (entrato nella selezione ufficiale del Cartoons Gandia – Festival Internacional de cortometrajes de animaciòn 2025) dove i magnetismi shoegaze ben si accompagnano al racconto di anime ferite, infanzie travagliate e vite sull’orlo del baratro per arrivare alla potenza drammatica scaturita dal buio di An Ode To, infarcita di registri torbidi e labirintici sospesi tra noise controllato e post-rock fino alla straordinaria potenza evocativa di Storm, Black Florida di aperture oniriche sulle quali si appoggia la voce eterea di Elisa in netta contrapposizione con la lunga coda plumbea e impenetrabile (il rumore dei pensieri?).

Ma i raccordi strumentali non sono da meno, Introduzione profuma di attese vane e malinconia cosmica, Beyond tinteggiata da vocalizzi suggestivi ricorda alcune produzioni dei Mokadelic (ed è un grande complimento) mentre con Elevazione si viaggia verso una dimensione opposta e parallela alla vita stessa, tumultuosa, oscura, avvolgente, una meraviglia assoluta impreziosita da un fenomenale assolo di basso che suona come una chitarra.

Chitarre riverberate e stratificate spesso immerse in delay profondi, trame armoniche ricamate da diafani sintetizzatori, echi di concrete music, batteria scarnificata e ridotta all’osso, pulsazioni tribali contro ritmiche rarefatte, basso oscuro e pulsante, melodie incantate contro liriche crepuscolari e perfino l’uso di strumenti ricercati e terribilmente affascinanti come il bouzouki fanno il resto delineando una certosina e raffinatissima ricerca sonora.

Benvenuti Dear Company… e siamo solo all’inizio.

https://www.facebook.com/dearcompanyband/

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