Eddie Vedder: recensione di Earthling

Eddie Vedder manda alle stampe il suo terzo album solista - Earthling - mettendo insieme un parterre di leggende della musica e un vero e proprio omaggio alla storia del classic rock.

Eddie Vedder

Earthling

(Island Records, Universal Music)

folk rock, folk acustico, soft rock

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recensione Eddie Vedder EarthlingA due anni di distanza dall’uscita di Gigaton, sponda Pearl Jam, e a undici dalla pubblicazione del suo concept Ukulele Songs, il cantautore statunitense Eddie Vedder, pseudonimo di Edward Louis Severson III, manda alle stampe il suo terzo album solista intitolato Earthling, prodotto da Andrew Watt, lo stesso dell’ultimo disco di Ozzy Osbourne.

Annoverato fra gli esponenti (e superstiti) più rappresentativi del periodo grunge, di quel sound trasversale, ruvido ed essenziale che trovava radici nel rock enciclopedico degli anni ’60 e ’70 (ascrivibile a mostri sacri come Jimi Hendrix, The Who, Neil Young e Led Zeppelin), il cinquantottenne polistrumentista dell’Illinois continua ad alimentare e fecondare passione e impegno per la musica a 360 gradi, sia con la sua storica band che in versione solista, attraverso la sua ormai inconfondibile, ammaliante e tremolante fisionomia vocale a fungere da collante epidermico all’interno delle tredici canzoni di questo ennesimo capitolo discografico.

Per la stesura di Earthling, oltre alla partecipazione di musicisti illustri quali Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers alla batteria, l’ex Heartbreakers Benmont Tench all’organo Hammond, il produttore Andrew Watt e l’ex Red Hot Josh Klinghoffer ad avvicendarsi tra basso e chitarra, e alla presenza di leggende del calibro di Elton John e Ringo Starr, Eddie Vedder ha voluto coinvolgere anche la sua sfera familiare: le figlie Olivia e Harper in veste di coriste in un paio di brani (rispettivamente in Try e Long Way) e il padre Edward Louis Severson Jr. che canta all’inizio della traccia finale Oh My Way.

Un atto di fede, d’amore, di devozione da parte di Eddie Vedder, come a voler mettere a disposizione non solamente quello che è il suo vissuto professionale e parte di quelle colonne che ne hanno forgiato la formazione, ma anche tutto ciò che ruota intorno ai suoi affetti, nell’intenzione spirituale di condividere un nuovo step della sua fertilità cantautorale e donare quella rinnovata consapevolezza così personale, intima, matura, autobiografica e confidenziale alla collettività, a chiunque ne sappia cogliere beneficio per l’anima.

Durante la sua longeva carriera, Eddie Vedder non si è arenato nella stanza dei vorrei ma non posso, non si è mai posto con atteggiamento arrendevole e remissivo, bensì ha continuamente modellato e ampliato il suo registro compositivo prefissandosi nuovi orizzonti da incorniciare, intravedendo nuovi punti di luce da raggiungere e prendendo coscienza delle sue trasformazioni e di quelle che sono le dinamiche dell’ambiente circostante, fino ad ottenere un compromesso con le proprie scelte e con i demoni del passato, abbracciando atmosfere più aderenti alle nuove prospettive ed esigenze acquisite.

 

Con la volontà di omaggiare la storia del classic rock, accantonando l’utilizzo dell’ukulele dei primi due dischi solisti e ripercorrendo parzialmente l’orientamento scritturale dei Pearl Jam più recenti, Eddie Vedder, all’interno di Earthling, si è focalizzato nel rifinire un prodotto energico, emozionale, di cuore, a tratti malinconico, e dai suoni accessibili e orecchiabili; qualità che purtroppo parecchi fan della vecchia guardia faranno fatica ad assecondare. Forse per paura, mostrandosi refrattari ad ogni forma di giudizio razionale e riluttanti ad accettare i cambiamenti e quelle che sono le inesorabili scadenze della vita.

Si va dalla traccia d’apertura Invincibile, onestamente uno dei momenti meno incisivi della release, al motivetto boogie rock in duetto con Sir Elton John di Picture, dalla dedica all’amico dagli occhi blu ed ingiustamente scomparso Chris Cornell (probabilmente il pensiero è rivolto a lui) di Brother The Cloud ai tre momenti in cui ritroviamo quel registro hard rock conforme alle ultime uscite con la sua famiglia artistica Pearl Jam (Good And Evil, Rose Of Jericho, Power Of Right), fino a rimanere letteralmente e piacevolmente travolti dal coinvolgente andamento folk jazz punk di Try, con la scintillante armonica suonata da Stevie Wonder, dal romanticismo lennoniano della struggente ballad The Haves, dal folk elettroacustico di Long Way in chiaro stile Tom Petty & The Heartbreakers e dalle ritmiche sostenute e agrodolci di memoria springsteeniana di The Dark.

Nel brano Mrs. Mills, invece, già forte della performance di Ringo Starr alla batteria e con quell’intro così Cat Stevens, troviamo un bellissimo omaggio al pianoforte che prese il nome dalla pianista inglese Gladys Mills; lo stesso pianoforte con cui Paul McCartney, negli Abbey Road Studios, concepì canzoni storiche come Lady Madonna (citata nel testo) e Penny Lane, e in generale alla memoria dei Beatles.

Insomma, c’è da dire che Earthling, nell’insieme e al netto di ogni analisi soggettiva, ha dei buoni testi e un’ottima produzione. Chiaramente, niente di trascendentale e innovativo, ma oggigiorno sarebbe ingenuo soltanto pensare che sia ancora possibile concepire musica innovativa. Quello proposto da Eddie Vedder non è che del buon rock vecchia maniera. Questa è la realtà. Senza alcun bisogno di fare assurdi paragoni con la storia dei primissimi Pearl Jam (sono trascorsi trent’anni) e con buona pace di Nikki Sixx.

Earthling è, dunque, un’opera filtrata attraverso il gigante setaccio dell’esperienza, che parla di fiducia, di speranza, della nostra vulnerabilità e fallibilità terrestre, di sentimenti positivi, del fatto che solo amando potremmo sentirci davvero invincibili, e che quindi la causa principale delle nostre sofferenze è ascrivibile proprio alla mancanza di quella ricchezza e di quel potere chiamato amore.

Guardando il tutto dallo specchietto retrovisore di un mondo in perpetuo movimento, Eddie Vedder è ancora lì, con la sua sana presunzione e con la sua chitarra in alto a indicarci una via di redenzione, una nuova luna, a dirci che il rock è “still alive”, cercando di alleviare il peso insopportabile di certe perdite e sapendo che le lotte contro il tempo sono sfide già perse in partenza, per chiunque. Eccezion fatta per coloro che, invece, hanno capito che il tempo è un imparziale compagno di viaggio, che nulla dura per sempre e che la diversità non è un nemico, bensì un’opportunità di crescita.

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