Echo & The Bunnymen: recensione di Apples for Isaac

Dopo dodici anni di attesa, gli Echo & the Bunnymen escono con un nuovo album di inediti che trasuda spirito British da tutti i pori.

Echo & The Bunnymen

Apples for Isaac

(BMG)

pop, rock

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Ci sono voluti dodici anni per un nuovo album di inediti e proprio quando i fan cominciavano a perdere le speranze, ecco che gli Echo & the Bunnymen, pietra miliare della storia della musica britannica, pubblicano Apples for Isaac, undici tracce caratterizzate dalla scrittura arguta di Ian McCulloch e da una ritrovata freschezza e vitalità, destinate a far ricredere chi pensava che la band di Liverpool avrebbe concluso la sua sfolgorante carriera rinverdendo i fasti del passato.

Il titolo Apples for Isaac racchiude in sé tutta la sua essenza: questo è un disco sulla gravità, sull’attrazione, su ciò che ci tiene ancorati a terra ma con la testa fra le nuvole.

I primi pezzi – Take Me By The Hand e Can’t Be Sold – sono scanzonati e con un ritornello che ti cattura al primo ascolto. L’atmosfera ottimista che pervade ogni brano inizia poi a presentare nuove e ricche sfumature con Brussels is Haunted e la sua storia, quella di una città popolata dagli scheletri delle guerre passate, giocata su un’apparente dissonanza tra contenuti e sonorità.

Con Hijacked (dalla quale è stato tratto il titolo di questa release) ci spostiamo verso derive più glam, che riecheggiano, come The Light That Surrounds You, di echi bowiani. Ma Bowie non è il solo riferimento classico facilmente riconoscibile: An Unstoppable Force è uno dei momenti più emozionali – ed emozionanti – della track list, anche grazie alla sua sezione d’archi, una ballad tra le più riuscite ispirata ai Velvet Underground, altro caposaldo di McCulloch e Sergeant.

Nel finale, in We Prayed In The Dark ritorna la dissonanza, con liriche che parlano di mortalità, altro tema profondamente tangibile in questa produzione, con molta probabilità legato alla morte di Clem Burke, batterista dei Blondie, avvenuta proprio durante le registrazioni.

Non è facile essere quasi prossimi a festeggiare i cinquant’anni di carriera e riuscire a pubblicare qualcosa di riconoscibile ma comunque contemporaneo. Eppure, con questo nuovo disco, gli Echo & the Bunnymen dimostrano di saper invecchiare con grazia, perdendo – com’è naturale – un po’ di quello spirito selvaggio e ribelle degli inizi, ma ritrovando la grandezza. Insieme a un giusto equilibrio tra atmosfere vivaci e contenuti di spessore, consci del dolore ma aperti all’ottimismo.

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Simona Fusetta
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