Club Cacts: recensione di 3

Club Cactus, 3: Anthony Laguerre e Jean-Michel Pirès firmano un album denso e sperimentale, tra voci, lingue e ritmi in continuo movimento. La recensione.

Club Cactus

3

(Serotine Records)

experimental


A volte si cade, a volte si resiste, ed è semplicemente così che vanno le cose. Parte da questa accettazione, priva di rassegnazione, 3, il nuovo album dei Club Cactus, pubblicato in CD, vinile e digitale. Il titolo essenziale introduce una piccola trilogia interiore fatta di caduta, risalita e partenza, raccontata senza orpelli e con passo rapido.

Il primo indizio arriva dal titolo del brano d’apertura, Por Vezes, espressione portoghese che significa appunto a volte: un passo avanti, uno indietro, ma sempre in movimento. Il riff di batteria che lo inaugura richiama, secondo la cartella stampa, i primi Pixies o una registrazione inedita dei Silver Apples, e il richiamo ai Pixies non sembra casuale, visto che Cactus è anche il titolo di uno dei loro brani più noti.

Dietro il progetto ci sono Anthony Laguerre e Jean-Michel Pirès, due musicisti abituati a muoversi tra studio di registrazione, danza e teatro. I due avevano già condiviso l’esperienza degli L&S insieme a G.W. Sok, storica voce dei The Ex. Pirès ha inoltre collaborato con Pascal Bouaziz dei Mendelson nel progetto Bruit Noir, mentre Laguerre ha registrato all’INA-GRM un assolo per quattro esecutori e ha dato vita a Myotis, lavoro solista che continua a moltiplicare in forme sempre diverse. Nel bagaglio di Pirès convivono Steve Reich, Suicide e Childish Gambino; Laguerre ha lavorato accanto all’urlo primordiale di Isabelle Duthoit e al tip tap di Anna Gaiotti. Più che di versatilità, si tratta di una vera vocazione al movimento.

Ed è proprio il movimento, inteso in ogni sua declinazione, sentimentale, geometrica, vocale, sonora e sensoriale, il centro di 3. L’atmosfera è insieme diretta e sfuggente, morbida e ambigua: la batteria sostiene ondate elettriche, o forse accade il contrario, e il disco oscilla di continuo tra rumore sospeso e ambient con i piedi per terra, ribaltandosi senza sosta. Ne esce un lavoro densissimo, pieno di grida gioiose, paradossi e trame difficili da addomesticare.

A dare profondità all’insieme contribuisce un mosaico di voci e lingue diverse. Tra le ospiti spiccano Etenesh Wassié e Leila Jiqqir, voci che valgono più come vibrazioni che come veicoli di significato, porose e sensibili anziché portatrici di concetti definiti. L’urlo di Isabelle Duthoit ricompare campionato nella conclusiva Crie(s), mentre Lass Mich Bei Dir Sein e Anada, con la partecipazione di Maura Rougieux, Antoine Chevrollier e Stéphane Doremus, si presentano come piccole litanie capaci di unire delicatezza e intensità. Completano la scaletta Ya Lil, Ya Sbleen, Politics, Tomaneh e She Dead, otto brani in tutto.

3 è un disco che non chiede di scegliere tra caduta e risalita, ma di accettare l’oscillazione come stato naturale delle cose. Un ascolto esigente e stratificato, che premia chi è disposto a lasciarsi trascinare senza cercare punti fermi.

Bandcamp

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Garofalo Massimo
Garofalo Massimo

Critico cinematografico, sul finire degli anni '90 sono passato a scrivere di musica su mensili di hi-fi, prima di fondare una webzine (defunta) dedicata al post-rock e all'isolazionismo. Ex caporedattore musica e spettacoli di Caltanet.it (parte web di Messaggero, Mattino e Leggo), ex collaboratore di Leggo, il 4 ottobre 2002 ho presentato al cyberspazio RockShock.
Parola d'ordine: curiosità.
Musica preferita: dal vivo, ben suonata e ad altissimo volume (anche un buon lightshow non guasta)

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